martedì 7 luglio 2009

Lascia perdere

Me lo disse una persona che, in quel momento, doveva incarnare la verità, o quanto meno la mia salvezza: "Lascia perdere". Abbastanza sibillino, il suo intervento; non mi conosceva, non aveva la mia fiducia, né avrebbe mai potuta averla ai miei occhi, per i giudizi taglienti che emetteva salomonicamente sulle mie vicissitudini reali e morali, per il suo modo di fare annoiato e sardonico, come se cercasse solo un pretesto per interrompere i miei discorsi e prosciugarne il flusso impetuoso, pronunciando semplici, brevi, frasi come quella che ho appena citato: "Lascia perdere". Senza seguito di chiarezza, di spiegazioni. Forse, in un'altra situazione, avrei fatto come mi diceva ma, credeva davvero che bastasse la sua autorità, datagli dal ruolo che in quel momento rivestiva, per convincermi? Quale autorità, poi? Quale ruolo? Sminuire il dramma che vivevo in quei mesi, e che avevo covato per anni, facendolo apparire come un rigurgito di malsane fantasie adolescenziali, non lo aiutò a penetrare le mie difese. Infine, cedetti, desideravo anche io intimamente la mia resa: il mio mondo triste è un mio errore, di valutazione, di fiducia in valori sbagliati, di arroganza. Col mio latino e il mio bignami di filosofia attendevo ora la pars construens della mia futura esistenza: i pezzi erano lì, a disposizione, ridotti a elementi basilari buoni per qualunque utilizzo. Erano sempre stati lì, in quello stato, ma vederli per quel che erano non poteva bastare. Se la "solitudine" era diventata "orgoglio", cosa cambiava? E cosa cambiava se un "abbandono" era semplicemente "la fine di una fase"? Cosa fare dell'"orgoglio" e delle "fasi", quando non hai altro e non hai idea di come farli funzionare, di come evitare che ridiventino "solitudine" e "abbandono"? E cosa fare di una famiglia che ti uccide, letteralmente, giorno dopo giorno? "Lascia perdere. Non spetta a te fare nulla. Ti basta sapere che non è loro intenzione farti del male, sei tu che fraintendi. Certo, il male c'è, lo fanno a te, ad altri ai quali vuoi bene, ma il tuo ruolo non è correggere, né proteggere".
Capire non mi basta, pensavo, ma se non c'è altro, devo almeno provarci. Quando partirono, li seguii, anche se potevo liberarmi del problema rimanendo, vivendo senza di loro la mia vita, finché ancora ne avevo una, malandata, ma in piedi. Feci velocemente le valigie, gli comunicai la mia decisione, dicendogli che speravo che cambiare città ci avrebbe permesso di ricominciare daccapo. Mi disse che era possibile, mi augurava buona fortuna, senza troppo entusiasmo, ma ci ero abituato alla sua parvenza di apatia. Non lo lessi come un avvertimento di pericolo. Probabilmente non lo era, si trattava semplicemente di un commiato, di un addio, fine delle trasmissioni. Ovviamente fu un errore, andarmene, la mia vita andò definitivamente in pezzi, fu peggio di prima, la famiglia, gli amici, tutto. E, ancora, dopo anni, nei momenti di crisi, quando il senso di fallimento mi tormenta, dopo aver tentato inutilmente di fare del bene all'unica persona che ami; osservando in lei i segni di peccati non suoi, anzi, subiti, gli stessi che hanno segnato me; quando penso che la delusione sia più amara di ogni amara rassegnazione, e che tutto quello sarebbe potuto finire tanti anni fa in due modi possibili - o l'abbandono, o la comprensione reciproca -, mi tornano in mente le stesse due parole, cariche di destino, piene di niente, che sentii allora: "Lascia perdere".

2 commenti:

gaz ha detto...

Lucido e doloroso percorso della memoria.
Non facile, direi.
Ma utile, spero, per capire quel che è stato e proseguire.

Gioacchino ha detto...

Due cose lo rendono meno duro da sopportare: il fatto di poterlo condividere con qualcuno e il forte desiderio di andare avanti, che in questi giorni è quasi un imperativo. Entrambe conquiste recenti, direi, che portano con sé conseguenze inaspettate. A presto,

Gioacchino