Tutti e quattro attorno a un tavolino, giocavamo a carte. I due fidanzati, uno di fronte all'altra, mentre io tenevo a bada, contemporaneamente, il sarcasmo di Monica e le bizze dei due innamorati. Ma c'erano altre situazioni che non riuscivo a gestire: una era di certo il gioco, che gli altri, apparentemente, si sforzavano di vincere. Io e Monica giocavamo in coppia, ma eravamo entrambi rapiti in altre direzioni: perdevamo ogni mano, Monica si arrabbiava con me, che ero troppo distratto, troppo svagato per prestare attenzione ai segni che lei mi faceva, alle carte che si accumulavano davanti a noi. Ebbi l'impressione che i suoi sforzi per padroneggiare la partita ed esibire un atteggiamento adulto, che combinava orgoglio infantile e ironia da donna vissuta, nascondessero qualcos'altro. Pensai che la sua ironia rivelasse quali fossero in realtà i suoi sentimenti in quel momento. Carlo, probabilmente, coglieva soltanto l'orgoglio. Anche la solidarietà che Monica tentò di stringere con l'altra donna seduta al tavolo, Alessandra, ai danni di Carlo, era prevedibile, e poteva essere facilmente fraintesa.
Né io ne Monica conoscevamo la fidanzata di Carlo, la vedevamo per la prima volta, dopo averne sentito parlare distrattamente dallo stesso Carlo. Negli ultimi tempi, era raro incontrarlo, anche se si trovava in città a casa di suo fratello, anziché relegato nella lontana, isolata, casa paterna. Quando appresi del suo fidanzamento rimasi sorpreso, anche Carlo sembrava non crederci, come se si trattasse di un sacrificio compiuto per necessità. Ero certo che le sue assenze sempre più prolungate dalla città non fossero da attribuire al fidanzamento, pensavo egoisticamente che la colpa fosse di Monica. Avevo tentato con molta discrezione di rivelarle il segreto che Carlo mi aveva confessato una notte, dopo essere piombato inaspettatamente a casa mia, agitato e stranamente reticente. Da molto tempo, mi rivelò, era innamorato di Monica. Davvero, non mi ero mai accorto di nulla. Ma non glielo dissi, perché conoscevo la serietà di Carlo, lo sapevo onesto e rispettoso, un uomo d'altri tempi che non avrebbe mai perduto la propria dignità tentando di sedurre una ragazza che a stento si accorgeva di lui. Cercai, in quell'occasione, di convincerlo che poteva esserci una possibilità, per loro, ma lui si disse pessimista al riguardo. Sapeva che Monica aveva languori per altre persone. Ne parlammo ancora, in seguito; volevo vedere felice il mio amico e speravo che Monica avrebbe potuto ricambiare i sentimenti di Carlo, ritenendo indegni di lei i suoi molti spasimanti. Riuscii a ottenere da lei una mezza confessione: non provava nulla per Carlo, esclusa una fraterna amicizia. Riportai la notizia a Carlo, il quale non sembrava né sorpreso né abbattuto. Però, i nostri incontri cominciarono a diradarsi. Gliene chiedevo il motivo, lui sembrava non capire le mie apprensioni, rispondeva accigliato che doveva sbrigarsi a finire l'università. Mi disse anche di aver ripreso i contatti con una ragazza che aveva frequentato alcuni anni prima. Anzi, era stata lei a ripresentarsi da lui e ad agire in modo che il tempo della loro separazione venisse dimenticato, quasi non fosse mai esistito. Sentii nel suo tono una specie di rassegnazione, come se non gli fosse rimasta molta forza per resistere agli insistenti approcci di Alessandra. Dopo cinque mesi di silenzio mi telefonò per invitare me e Monica nella sua casa a mare.
Conobbi, finalmente, Alessandra. La trovai carina e dolce, a tratti un po' ingenua, ma forse tentava soltanto di vincere le resistenze ancora non del tutto sopite di Carlo, il quale, ritrovandosi dopo tanto tempo di fronte a Monica, sembrava intrappolato in una gabbia di sentimenti contrastanti, rabbia, orgoglio, vanità, desiderio, tristezza. Si alternavano caoticamente gli umori, i rapporti, gli equilibri, le promesse e i tradimenti, tra noi quattro. Involontariamente mi trovai anche io risucchiato in quella girandola di sguardi nascosti e sfioramento di corpi. La mia attenzione era rivolta, per ragioni diverse, alle due ragazze. Monica lentamente lasciava cadere ogni laccio che solitamente la teneva superbamente lontana dai giochi ambigui della seduzione, nei quali è sempre difficile dire chi sia cacciatore e chi preda. Blandiva Carlo, lo puniva aspramente per una parola sbagliata, sfoggiava false cortesie per accattivarsi la simpatia di Alessandra, con me fingeva che i rapporti fossero più intimi di quel che erano in realtà. Da parte mia, per ragioni a me stesso ignote, il mio interesse per Alessandra cresceva ogni istante di più. Ammiravo il suo istinto da leonessa che difende i propri cuccioli, che prendeva il sopravvento sulla sua normale gentilezza, quando si trattava di ribadire il possesso del cuore di Carlo, nel momento in cui questo traghettava impercettibilmente verso Monica, aiutato dalle sue malizie. Erano i momenti nei quali, secondo me, Alessandra mostrava maggiore bellezza, uno splendore che emanava dalla sua pelle bianchissima. Era una bellezza vera, ingenua, priva di astuzie. Si mostrava nei movimenti bruschi e impacciati delle lunghe braccia, quando queste cercavano di ghermire il corpo sfuggente di Carlo, e nelle divagazioni appassionate, nervose, con le quali esponeva le meravigliose esperienze che il futuro aveva certamente in serbo per lei e per Carlo. Monica la ascoltava annoiata, Carlo con ostilità e una punta di cinismo ironizzava su tutto quello la sua fidanzata diceva. Ero l'unico a incoraggiare le speranze e i voli fantastici di Alessandra. Lo facevo per aiutare Carlo, pensando che la vitalità di Alessandra potesse risollevarlo dalla depressione in cui sembrava essere caduto; ma lo facevo anche per me stesso, perché traevo da quella candida esibizione d'affetto un immediato benessere per il mio cuore provato da tanta solitudine e tristezza. Carlo sembrava ignorare il valore di ciò che Alessandra potesse offrirgli: conoscendolo bene, sapevo che a lungo aveva nutrito un'immagine diversa del proprio amore, la quale era diventata infine, da semplice infatuazione, una manifestazione della propria maturità, serietà, intelligenza. Proprio non gradiva l'idea che quel sentimento gli potesse essere strappato grazie a un sorriso, per l'erompere di una passione inattesa da parte di Alessandra, la quale pure era stata razionalmente messa da parte, in seguito alla fine del loro rapporto. Capivo Carlo perché, come lui, anche la mia vita era irrimediabilmente segnata dalle influenze autoritarie di una forma mentale troppo vigile. Forse lui non capiva altrettanto bene me.
Finita la partita a carte, Carlo propose di fare un bagno a mare. Ci incamminammo tutti e quattro verso la vicina spiaggia, che appariva deserta e percossa da un vento inquieto. Ci bagnammo sulla riva, poi sia io che Carlo per una manciata di secondi rimanemmo a fissare il corpo abbronzato e muscoloso di Monica, fasciato da un minuscolo costume, che metteva in evidenza i suoi piccoli seni, le braccia e le gambe tornite, i fianchi larghi. Alessandra stava in disparte, con la sua carne pallida adagiata sullo sfondo della sabbia fine: per quanto fosse più alta e le sue forme fossero più abbondanti, affusolate e femminili, di quelle di Monica, il suo corpo sembrava svanire a confronto con la bellezza matura e sfrontata di Monica. Lasciammo le donne a prendere il sole sulla spiaggia e Carlo e io decidemmo di fare un altro bagno. Carlo, silenzioso, avanzava tra gli schiaffi violenti delle onde, io lo seguivo con molta difficoltà, perché non ero un grande nuotatore e la mia statura non mi consentiva di aggrapparmi con i piedi alla sabbia scivolosa e ingannevole del fondale. Resistetti per qualche tempo, poi la corrente fiaccò le mie forse e prese e trascinarmi a largo, mentre alte onde mi spingevano la testa sott'acqua. Carlo non mi vide subito, immerso a sua volta in un altro tipo di mareggiata, o forse non capì che di lì a poco sarei stato spacciato. Infine, gridai, per la prima volta in vita mia, quella parola che reca con sè immagini di tragedie talmente grandi e insormontabili che la nostra mente la allontana dal vocabolario di termini quotidiani, familiari, con i quali definiamo le nostre vite. Aiuto! Aiuto!, gridai, un'altra volta, ingoiando acqua salata e sentore di morte. Sì, mi sentivo morire, violentemente, come per uno strappo, simboleggiato in quel momento dal mare agitato, ma anche dolcemente, disciolto nel sangue primigenio del Mediterraneo. Mi sentii afferrare un braccio da una mano scivolosa, poi la presa si fece più stretta, mi sembrò di percepire la vibrazione dei muscoli, la tensione della volontà, che mi trascinarono a riva. Steso a pancia in giù sulla sabbia, avvertivo accanto a me la presenza di Carlo. Quando riuscii a mettermi carponi, le gambe mi tremavano. La mano del mio amico mi sfiorò, per darmi forza. La voce lottava dentro di me per uscire, ma cercavo di vincere l'impazienza: volevo che mi tornassero le forze, per dire quello che provavo. Così mi misi in piedi, cercai gli occhi di Carlo e gli dissi, "Grazie, senza di te sarei stato perduto". Un altra volta la sua mano si posò sulla mia spalla, accompagnata da un sorriso. Monica e Alessandra, che avevano probabilmente assistito al salvataggio, non dissero nulla, ma si erano fatte più silenziose. Chissà cosa si erano dette quando erano rimaste sole. Non mi interessava più, in realtà, cosa accadesse in quello strano triangolo. Quando mi trovai solo, per cambiare il costume con abiti asciutti, in una camera avvolta nella penombra della casa di Carlo, il silenzio della mia mente sembrava totale, per un'istantanea perdita di memorie e sentimenti: un cronometro arrivato al suo istante zero. Uscii nel patio e trovai gli altri già riuniti per i saluti. Mi sembravano distanti ed estranei. Inizialmente pensai che fosse l'effetto dell'incidente che mi era capitato quel pomeriggio, infine dovetti accettare un'ipotesi più dolorosa ma sincera, e cioè che solo gli inganni e i sortilegi della passione avevano potuto trasformarci in una compagnia di spiriti gaudenti e lascivi. In realtà solo il desiderio aveva potuto colmare le distanze che c'erano tra di noi. E per ognuno di noi, il desiderio si incarnava in modi diversi. Dissi addio a Carlo, e infatti quella fu l'ultima volta che lo vidi. Monica mi accompagnò a casa con la sua macchina. Fu un viaggio lungo e silenzioso, interrotto a tratti da Monica, con strani versi e mormorii di disappunto. Io e lei continuammo a vederci e a mettere in scena per un numero ristretto di spettatori la tragica pantomima delle nostre passioni e dei nostri ambigui desideri. Monica cambiò nel corso degli anni diversi antagonisti amorosi per le sue simboliche rappresentazioni dei misteri del cuore. Io, dopo di lei, appesi la maschera al chiodo e decisi di eseguire i miei monologhi a viso scoperto.
Né io ne Monica conoscevamo la fidanzata di Carlo, la vedevamo per la prima volta, dopo averne sentito parlare distrattamente dallo stesso Carlo. Negli ultimi tempi, era raro incontrarlo, anche se si trovava in città a casa di suo fratello, anziché relegato nella lontana, isolata, casa paterna. Quando appresi del suo fidanzamento rimasi sorpreso, anche Carlo sembrava non crederci, come se si trattasse di un sacrificio compiuto per necessità. Ero certo che le sue assenze sempre più prolungate dalla città non fossero da attribuire al fidanzamento, pensavo egoisticamente che la colpa fosse di Monica. Avevo tentato con molta discrezione di rivelarle il segreto che Carlo mi aveva confessato una notte, dopo essere piombato inaspettatamente a casa mia, agitato e stranamente reticente. Da molto tempo, mi rivelò, era innamorato di Monica. Davvero, non mi ero mai accorto di nulla. Ma non glielo dissi, perché conoscevo la serietà di Carlo, lo sapevo onesto e rispettoso, un uomo d'altri tempi che non avrebbe mai perduto la propria dignità tentando di sedurre una ragazza che a stento si accorgeva di lui. Cercai, in quell'occasione, di convincerlo che poteva esserci una possibilità, per loro, ma lui si disse pessimista al riguardo. Sapeva che Monica aveva languori per altre persone. Ne parlammo ancora, in seguito; volevo vedere felice il mio amico e speravo che Monica avrebbe potuto ricambiare i sentimenti di Carlo, ritenendo indegni di lei i suoi molti spasimanti. Riuscii a ottenere da lei una mezza confessione: non provava nulla per Carlo, esclusa una fraterna amicizia. Riportai la notizia a Carlo, il quale non sembrava né sorpreso né abbattuto. Però, i nostri incontri cominciarono a diradarsi. Gliene chiedevo il motivo, lui sembrava non capire le mie apprensioni, rispondeva accigliato che doveva sbrigarsi a finire l'università. Mi disse anche di aver ripreso i contatti con una ragazza che aveva frequentato alcuni anni prima. Anzi, era stata lei a ripresentarsi da lui e ad agire in modo che il tempo della loro separazione venisse dimenticato, quasi non fosse mai esistito. Sentii nel suo tono una specie di rassegnazione, come se non gli fosse rimasta molta forza per resistere agli insistenti approcci di Alessandra. Dopo cinque mesi di silenzio mi telefonò per invitare me e Monica nella sua casa a mare.
Conobbi, finalmente, Alessandra. La trovai carina e dolce, a tratti un po' ingenua, ma forse tentava soltanto di vincere le resistenze ancora non del tutto sopite di Carlo, il quale, ritrovandosi dopo tanto tempo di fronte a Monica, sembrava intrappolato in una gabbia di sentimenti contrastanti, rabbia, orgoglio, vanità, desiderio, tristezza. Si alternavano caoticamente gli umori, i rapporti, gli equilibri, le promesse e i tradimenti, tra noi quattro. Involontariamente mi trovai anche io risucchiato in quella girandola di sguardi nascosti e sfioramento di corpi. La mia attenzione era rivolta, per ragioni diverse, alle due ragazze. Monica lentamente lasciava cadere ogni laccio che solitamente la teneva superbamente lontana dai giochi ambigui della seduzione, nei quali è sempre difficile dire chi sia cacciatore e chi preda. Blandiva Carlo, lo puniva aspramente per una parola sbagliata, sfoggiava false cortesie per accattivarsi la simpatia di Alessandra, con me fingeva che i rapporti fossero più intimi di quel che erano in realtà. Da parte mia, per ragioni a me stesso ignote, il mio interesse per Alessandra cresceva ogni istante di più. Ammiravo il suo istinto da leonessa che difende i propri cuccioli, che prendeva il sopravvento sulla sua normale gentilezza, quando si trattava di ribadire il possesso del cuore di Carlo, nel momento in cui questo traghettava impercettibilmente verso Monica, aiutato dalle sue malizie. Erano i momenti nei quali, secondo me, Alessandra mostrava maggiore bellezza, uno splendore che emanava dalla sua pelle bianchissima. Era una bellezza vera, ingenua, priva di astuzie. Si mostrava nei movimenti bruschi e impacciati delle lunghe braccia, quando queste cercavano di ghermire il corpo sfuggente di Carlo, e nelle divagazioni appassionate, nervose, con le quali esponeva le meravigliose esperienze che il futuro aveva certamente in serbo per lei e per Carlo. Monica la ascoltava annoiata, Carlo con ostilità e una punta di cinismo ironizzava su tutto quello la sua fidanzata diceva. Ero l'unico a incoraggiare le speranze e i voli fantastici di Alessandra. Lo facevo per aiutare Carlo, pensando che la vitalità di Alessandra potesse risollevarlo dalla depressione in cui sembrava essere caduto; ma lo facevo anche per me stesso, perché traevo da quella candida esibizione d'affetto un immediato benessere per il mio cuore provato da tanta solitudine e tristezza. Carlo sembrava ignorare il valore di ciò che Alessandra potesse offrirgli: conoscendolo bene, sapevo che a lungo aveva nutrito un'immagine diversa del proprio amore, la quale era diventata infine, da semplice infatuazione, una manifestazione della propria maturità, serietà, intelligenza. Proprio non gradiva l'idea che quel sentimento gli potesse essere strappato grazie a un sorriso, per l'erompere di una passione inattesa da parte di Alessandra, la quale pure era stata razionalmente messa da parte, in seguito alla fine del loro rapporto. Capivo Carlo perché, come lui, anche la mia vita era irrimediabilmente segnata dalle influenze autoritarie di una forma mentale troppo vigile. Forse lui non capiva altrettanto bene me.
Finita la partita a carte, Carlo propose di fare un bagno a mare. Ci incamminammo tutti e quattro verso la vicina spiaggia, che appariva deserta e percossa da un vento inquieto. Ci bagnammo sulla riva, poi sia io che Carlo per una manciata di secondi rimanemmo a fissare il corpo abbronzato e muscoloso di Monica, fasciato da un minuscolo costume, che metteva in evidenza i suoi piccoli seni, le braccia e le gambe tornite, i fianchi larghi. Alessandra stava in disparte, con la sua carne pallida adagiata sullo sfondo della sabbia fine: per quanto fosse più alta e le sue forme fossero più abbondanti, affusolate e femminili, di quelle di Monica, il suo corpo sembrava svanire a confronto con la bellezza matura e sfrontata di Monica. Lasciammo le donne a prendere il sole sulla spiaggia e Carlo e io decidemmo di fare un altro bagno. Carlo, silenzioso, avanzava tra gli schiaffi violenti delle onde, io lo seguivo con molta difficoltà, perché non ero un grande nuotatore e la mia statura non mi consentiva di aggrapparmi con i piedi alla sabbia scivolosa e ingannevole del fondale. Resistetti per qualche tempo, poi la corrente fiaccò le mie forse e prese e trascinarmi a largo, mentre alte onde mi spingevano la testa sott'acqua. Carlo non mi vide subito, immerso a sua volta in un altro tipo di mareggiata, o forse non capì che di lì a poco sarei stato spacciato. Infine, gridai, per la prima volta in vita mia, quella parola che reca con sè immagini di tragedie talmente grandi e insormontabili che la nostra mente la allontana dal vocabolario di termini quotidiani, familiari, con i quali definiamo le nostre vite. Aiuto! Aiuto!, gridai, un'altra volta, ingoiando acqua salata e sentore di morte. Sì, mi sentivo morire, violentemente, come per uno strappo, simboleggiato in quel momento dal mare agitato, ma anche dolcemente, disciolto nel sangue primigenio del Mediterraneo. Mi sentii afferrare un braccio da una mano scivolosa, poi la presa si fece più stretta, mi sembrò di percepire la vibrazione dei muscoli, la tensione della volontà, che mi trascinarono a riva. Steso a pancia in giù sulla sabbia, avvertivo accanto a me la presenza di Carlo. Quando riuscii a mettermi carponi, le gambe mi tremavano. La mano del mio amico mi sfiorò, per darmi forza. La voce lottava dentro di me per uscire, ma cercavo di vincere l'impazienza: volevo che mi tornassero le forze, per dire quello che provavo. Così mi misi in piedi, cercai gli occhi di Carlo e gli dissi, "Grazie, senza di te sarei stato perduto". Un altra volta la sua mano si posò sulla mia spalla, accompagnata da un sorriso. Monica e Alessandra, che avevano probabilmente assistito al salvataggio, non dissero nulla, ma si erano fatte più silenziose. Chissà cosa si erano dette quando erano rimaste sole. Non mi interessava più, in realtà, cosa accadesse in quello strano triangolo. Quando mi trovai solo, per cambiare il costume con abiti asciutti, in una camera avvolta nella penombra della casa di Carlo, il silenzio della mia mente sembrava totale, per un'istantanea perdita di memorie e sentimenti: un cronometro arrivato al suo istante zero. Uscii nel patio e trovai gli altri già riuniti per i saluti. Mi sembravano distanti ed estranei. Inizialmente pensai che fosse l'effetto dell'incidente che mi era capitato quel pomeriggio, infine dovetti accettare un'ipotesi più dolorosa ma sincera, e cioè che solo gli inganni e i sortilegi della passione avevano potuto trasformarci in una compagnia di spiriti gaudenti e lascivi. In realtà solo il desiderio aveva potuto colmare le distanze che c'erano tra di noi. E per ognuno di noi, il desiderio si incarnava in modi diversi. Dissi addio a Carlo, e infatti quella fu l'ultima volta che lo vidi. Monica mi accompagnò a casa con la sua macchina. Fu un viaggio lungo e silenzioso, interrotto a tratti da Monica, con strani versi e mormorii di disappunto. Io e lei continuammo a vederci e a mettere in scena per un numero ristretto di spettatori la tragica pantomima delle nostre passioni e dei nostri ambigui desideri. Monica cambiò nel corso degli anni diversi antagonisti amorosi per le sue simboliche rappresentazioni dei misteri del cuore. Io, dopo di lei, appesi la maschera al chiodo e decisi di eseguire i miei monologhi a viso scoperto.


2 commenti:
Ancora non riesco a crederci.
Riuscire a vederle è come vincerle, le forze che incantano le orbite, e allontanano i centri anche quando i centri credono di volersi avvicinare.
Ho fiducia nell'amicizia, penso che l'ingenuità e la purezza possano salvarci. Non so dire quante volte ho immaginato, presentito, un cataclisma terribile e dolce, quasi desiderabile, che spazzasse via ogni struttura, ogni inganno. Se questo qualcosa strappasse finalmente tutte le maschere dai volti e ci lasciasse esausti ma nuovi, faccia a faccia con quello che siamo... Forse finiremmo col perderci del tutto, forse invece riusciremmo a guardarci, almeno per un momento. La sensazione che ho adesso è di guardare qualcuno mentre sente, ride, vive.
Non riesco ancora a crederci.
Non ho mai capito perché bisognerebbe fingere per oavere ciò che otterremmo più facilmente, più pienamente, con la nostra sincerità. Credo che l'inganno serva per darsi una speranza, basata su calcoli di "orbite", approssimazioni di un universo infinito e imprevedibile. Gli stessi tessitori d'inganni sono però molto clementi però con se stessi, con i capricci e le incoerenze del proprio carattere. L'unica maschera di cui potremmo realmente avere bisogno è una sorta di tela che sostenga la nostra espansione e continua ricerca, qualcosa che ci dia unità e tangibilità, come fa il corpo con l'anima.
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