"Perdersi nel flusso", si dice, e "lasciarsi trasportare dalla corrente", per quanto oramai il tipo di viaggi che sta alla base di questi modi di dire idiomatici sia così lontano, separato da noi da un'alta barriera di tecnologia e stili di vita minimali, che vivere con la fantasia l'esperienza di una gita in barca è praticamente impossibile, mancando un termine di riferimento oggettivo. L'arte permette ancora, fortunatamente, qualche deroga dalle ferree norme logiche che abbiamo costruito tutto intorno a noi, consente anche il lusso - raro di questi tempi - di perdere il controllo dei propri sensi e di avvicinarci, malgrado la mancanza di reminescenze reali, a conoscenze ataviche, come quelle riguardanti l'immensa forza fisica e ontologica del movimento.
"Lasciarsi trasportare" da un'aria di Mozart, o "perdersi nel flusso" di un romanzo, sono esperienze diffuse e, nonostante tutto, reali. Ma è anche vero che tali espressioni, perfino se applicate all'arte, potrebbero trarre in inganno. Il trasporto emotivo e razionale, infatti, in molti casi, non esclude, da parte del lettore, una certa dose di "resistenza" ai messaggi e ai canoni delle opere, proprio come, trovandosi in alto mare, si tenta di resistere alla forza delle correnti. Molte opere d'arte sono ideate proprio in modo tale da destare nei suoi fruitori un senso di ostilità, lotta, ribellione contro se stesse. In molti romanzi alcuni personaggi, o il protagonista stesso, sono investiti del difficile compito di attrarre e repellere, di sedurre attraverso l'orrore di comportamenti deviati, di insinuare nel lettore l'idea che la bellezza esteriore di certe situazioni del libro nasconda significati immondi. L'espediente letterario più frequentemente usato per mostrare le contraddizioni, che l'arte, come la vita, possiede, è quello di presentare le diverse posizioni di contrasto a due personaggi, uno per così dire positivo, e l'atro, negativo; i quali, per sottolineare il carattere ambiguo di distinzioni morali e estetiche troppo nette, sono molto spesso legati da un profondo rapporto d'amicizia. Perché lo scontro tra protagonista e antagonista, dal livello ideologico possa trasferirsi a quello della trama, è necessaria una quest, cioè la ricerca di un oggetto sacro, prezioso e pericoloso insieme: nulla vieta che il premio sia una donna.
Per quanto mi sforzi di ricordare (questo è anche un invito a riempire le mie lacune), ritrovo nella letteratura e nel cinema pochi esempi di rivalità femminile. Più spesso sono gli uomini a contendersi le attenzioni e l'amore di una terza creatura. Forse, perché le gelosie femminili sono più nascoste e nello stesso tempo più distruttive quando vengono alla luce e trovano un modo per sfogarsi, o più probabilmente perché il ruolo che la storia ha attribuito alla donna è quello di creatura misteriosa e distante, a volte ridotta a poco più che un oggetto, nel migliore dei casi a un'idea. Ma nonostante la fissità dei ruoli, il tema del triangolo amoroso è stato portato a vette vertiginose ed estremamente varie, anche considerando l'uso che del tema è stato fatto in svariate ed eterogenee forme d'arte, tanto di riflettersi, nel momento dell'esegesi critica, in disamine accurate e vouyeristiche dei triangoli amorosi vissuti dagli artisti.
n un fitto e complesso programma di testi critici e letterari che mi trovai ad approfondire per il mio esame universitario di Letteratura italiana 1 mi colpì l'analisi psicologica di Joachim Köhler dei rapporti ambigui tra Nietsche e la moglie di Richard Wagner, Cosima Von Bulow (J. Köhler, Friedrich Nietzsche e Cosima Wagner, Nuova Pratiche Editrice, 1997. La critica si è spinta oltre teorizzando un'attrazione omosessuale nutrita dal filosofo nichilista nei confronti del compositore del Parsifal. Il libro (qui, una recensione) di Marc Sautet, Un’amicizia, forse - Lettere 1869-1889, suggerisce questa ipotesi, partendo da lettere di Nietzsche come questa:
A Cosima Wagner
Alla principessa Arianna, la mia amata.
E' un pregiudizio che io sia un uomo. Ma ho spesso vissuto tra gli uomini e conosco tutte le esperienze che gli uomini possono fare, dalle più basse alle più alte. Tra gli indiani sono stato Buddha, in Grecia Dioniso - Alessandro e Cesare sono le mie incarnazioni, come pure il poeta di Shakespeare Lord Bacon. Da ultimo sono stato ancora Voltaire e Napoleone, forse anche Richard Wagner... Ma questa volta vengo come Dioniso vittorioso, che renderà la terra un giorno di festa... Non che io abbia molto tempo... I cieli gioiscono per il fatto che io sono qui... Sono stato anche appeso alla croce...
(Friedrich Nietzsche, Lettere da Torino, Piccola Biblioteca Adelphi, 2008 , 2ª ediz., p. 194).
Poi, un altro libro, e una inaspettata scoperta tra le sue dense pagine. Si tratta de Il libro ritrovato (Mondadori, 2005), scritto da Enzo Bettiza (qui, una recensione). I due protagonisti adolescenti del romanzo si distaccano dai loro epigoni letterari e cinematografici (mi viene in mente Jules et Jim di Truffaut), similmente legati da un rapporto di amicizia e rivalità, per l'ambiguità marcata - non solo delle relazioni - ma anche dei connotati sessuali e quindi degli equilibri fra i membri del triangolo amoroso. Qui, infatti, uno dei rivali è a tratti efebico, e la donna desiderata è quasi priva dell'impronta della femminilità. In tutto il romanzo sono presenti descrizioni di metamorfosi autentiche (da Inferno dantesco) o immaginate, continue alternanze di ruoli e di umori, di senilità e di fanciullezza. L'ambiguità sessuale è tale che uno dei protagonisti, Marco Razmilo, immagina spesso che l'attrazione per una donna mascolina sia il tentativo di possedere, attraverso lei, il corpo dell'amico Matej; possibilità che viene in altro modo sfruttata da un altro personaggio del romanzo, l'anziano pittore Igor Perty. La torbida situazione è esemplificata da alcuni versi della Terra desolata di Thomas Eliott, recitati dalla donna stessa:
Who is the third who walks always beside you?
When I count there are only you and I together
But when I look ahead up the white road
There is always another one walking beside you
Gliding wrapt in a brown mantle, hooded
I do not know whether a man or a woman
- But who is that on the other side of you?
Traduzione:
Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto?
Se conto, siamo soltanto tu ed io insieme
Ma quando guardo innanzi a me lungo la strada bianca
C'è sempre un altro che ti cammina accanto
Che scivola ravvolto in un ammanto bruno, incappucciato
Io non so se sia un uomo o una donna
- Ma chi è che ti sta sull'altro fianco?
Una "patologia del terzo escluso", per dirla con il dott. Antonio Preti, lo studio del quale getta una luce chiarificatrice sulla trasformazione del personaggio di Razmilo, la sua spersonalizzazione, una volta scomparso l'amico-rivale Matej: "Il Sé, dunque, non possiede esistenza propria: non esiste un’area cerebrale specializzata nella rappresentazione dell’identità del soggetto. Essa è una proprietà emergente, che origina dal costituirsi di meta-rappresentazioni in merito ai confini tra il “dentro” ed il “fuori”, tra il “me/mio” e il “non-me/non-mio”, tra l’appartenenza e l’estraneità. Alla definizione del Sé, pertanto, è intrinseco un qualche giudizio in merito all’area vasta che, essendo al di fuori del me/mio (del Sé), circoscrive all’esterno quanto è Altro da Sé".
Ciò che proiettiamo nell'altro, dunque, non è l'identico, ma il dis-identico, cioè il fondamento stesso della nostra identità. Qui torniamo a Nietzsche, alla sua teoria dell'eterno ritorno dell'identico. Osserva Ernesto Paci che "l'universo non è soltanto identità, ma continuo rinnovamento e continuo superamento dei propri limiti. Certo ogni superamento è impossibile là dove domina la legge ferrea dell'identico, eppure l'universo vive proprio di questa impossibilità: esso è qualcosa che è sempre uguale, ma che va sempre al di là della propria uguaglianza. Questo andare al di là è, per l'universo, la volontà di potenza" (E. Paci, Il nulla e il problema dell'uomo, Bompiani, 1988, p. 22).
Considerando l'identico di Nietzsche attraverso una concezione esistenziale e psicologica, invece che logica, rimangono fondamentalmente due alternative: attaccamento orgoglioso alla propria identità (con la possibile conseguenza, vista la tipica scarsità di orizzonti dell'uomo, che ci si metta alla ricerca delle presunte radici dell'identità stessa, al fine forse di negarle, una volta individuate), oppure mettere da parte l'arduo imperativo morale della volontà di potenza e cercare di scorgere l'alterità laddove siamo tentati di trovare, per troppa vanità o fragilità, infinite e mute immagini speculari, e infine di abbracciarla.



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