Stavolta non me la prendo con i "mala tempora" e neanche con i cattivi istinti congeniti della specie umana. Ci sono due pensieri che mi sono balzati in mente a distanza di poco tempo e che un terzo pensiero ha messo a confronto in maniera misteriosa. Forse è possibile trarne qualche riflessione meno oscura e viscerale, scrivendone qui.
Qualche giorno fa una ragazzina di undici anni mi ha raccontato con un tono nel quale erano mescolati ammirazione e perplessità di uno spettacolo cui aveva assistito in televisione la sera prima: una donna di 53 anni che, grazie a una numerosa serie di interventi di chirurgia plastica, quarantasette, di certo superiore alla media, è riuscita a ottenere un corpo e un viso pressoché simili a quello della famosa bambola Barbie, o comunque modellati secondo fattezze più appropriate per una donna molto più giovane. Ho guardato il video su YouTube, per cercare di capire cosa avesse spinto la ragazzina a parlarmene. Sinceramente la "donna da record" non mi ha colpito molto: siamo ormai abituati a vedere, soprattutto nel mondo dello spettacolo, persone anziane deformate dalla chirurgia plastica per assomigliare a ventenni tutte curve, o a ragazzoni in salute. Il caso che mi colpì di più fu quello di Michael Jackson, che decise di schiarirsi la pelle (per assomigliare, dicono, al suo idolo, Diana Ross) e, per ultimo, il volto di cera fusa di Mickey Rourke, segnato da anni di stravizi, di professione pugilistica e infine da massicci colpi di bisturi. Li osservo con pena, sono balene alla deriva, che lottano per sopravvivere ancora qualche istante prima di scomparire dal firmamento delle celebrità: il loro esporsi alle luci dei riflettori, ostentando seni siliconati e visi stirati, mette ancora più in risalto la presunta bruttezza del loro corpo in disfacimento e la sicura oscenità della loro anima, divorata dalla vanità. Tornando alla nostra Cindy Jackson, ne vediamo l'ingresso nello studio televisivo accompagnato da una canzone degli Aqua, "Barbie Girl", che a leggerne il testo si rimane esterrefatti per tanta volgarità. La donna si racconta: studentessa diligente, era esclusa dalle belle della scuola. Si prende la rivincita, quando a trentatré anni comincia a rifarsi il viso, a farsi asportare parti di corpo per dimagrire. La presentatrice le chiede l'età. Cinquantatré anni. Primo piano dell'ospite. Replica incredula l'età, la presentatrice. Applauso. Il resto è un resoconto particolareggiato dei vari aggiustamenti estetici, che termina con la consegna di una medaglia. Tra mangiatori di scorpioni velenosi e donne barbute, certo, Cindy Jackson non sfigura, ma a differenza dei primi due casi, il suo è un comportamento che può facilmente indurre all'emulazione soprattutto ragazze e donne insicure, vanitose, con manie di protagonismo, etc. A differenza di Michael Jackson, per esempio. Il suo era un esempio troppo sopra le righe per poter indurre in tentazione, chi non accettava il proprio corpo. Anzi, direi, che rappresentava la vera natura della chirurgia plastica (di quella usata per motivi non necessari): strumento di manipolazione della realtà nelle mani di un eterno bambino, intrappolato in un sogno malsano. Il destino ha voluto che lo scettro passasse da una star del pop a una donna qualunque che porta lo stesso cognome.
Chi è stato ragazzo, come me, negli anni '80 non ha potuto non vedere decine e decine di film adolescenziali in cui veniva ripetuto il cliché della contrapposizione tra ragazzi belli e affermati all'interno della scuola, o nel posto di lavoro, e ragazzi sfigati, intelligenti, ma esclusi da tutti per il loro anticonformismo. Anche "Grease", che è del '78, dopo tutto presentava la stessa contrapposizione, ricucita però dalla doppia trasformazione dei protagonisti. In quei film, di solito, i bellocci e gli spacconi finivano umiliati dall'antieroe di turno, con asma e occhialuto. A volte, la storia del cinema è anche la storia di una società che trasmette i propri valori o le proprie paure su una striscia di celluloide. Non è un caso se uomini e donne affascinanti, nei film degli anni '90, si trasformano da "semplici" che erano in assassini psicopatici. Gli USA riflettono da sempre, grazie al cinema e alla letteratura, sul modo di far convivere il mito americano della salute e della bellezza con l'altro, fondamentale, del "sogno americano" grazie quale tutti, anche i reietti, hanno la possibilità di avere successo.
Negli ultimissimi anni, la società americana è cambiata. Ce lo dicono i film che produce e che esporta in tutto il mondo. Nelle scuole, negli uffici, nelle famiglie americane, gli arroganti e i maligni sono i protagonisti. I riflettori sono puntati tutti su di loro, fino a crearne degli idoli. Persino gli sfigati assomigliano ai divi e, nella loro lotta per emergere, inseguono gli stessi obiettivi. La connotazione dei personaggi, specialmente per quanto riguarda il loro background sociale, si è appiattita: non è più una lotta tra l'effimera Barbie e la buona Cenerentola; Cenerentola è Barbie, e viceversa.
Ciò che mi colpisce, pensando alla realtà dello spettacolo in Italia, dal Grande Fratello allo Show dei record, è che mostrano scelte che non hanno a che fare con una ideologia precisa, rispondente in qualche modo a esigenze di una parte di società, o di pubblico televisivo: lo spettacolo è fine a se stesso. Non c'è identificazione tra prodotto televisivo e spettatore, in quanto le idee sono tutte importate dall'estero e confezionate in modo da piacere agli Italiani. Tale lontananza è in grado di creare emulazione, e spinge comportamenti eterodossi per la cultura italiana, come il bullismo e il divismo, a ottenere il riconoscimento di una fetta sempre più larga di persone: come può un genitore, o un insegnante, che cerca di opporsi ai cattivi comportamenti di un adolescente influenzato dal linguaggio scurrile di un gruppo rap, opporsi allo strapotere della televisione.
Una modesta proposta. Perché non estendere il principio del concetto di par condicio (che oggi riguarda solo la politica) anche ai valori morali che, involontariamente o meno, vengono veicolati dalle trasmissioni televisive? Perché non parlare ai bambini (e agli adulti) dei grandi scienziati e uomini d'ingegno che hanno elevato tutta l'umanità grazie alle loro doti e ai loro sacrifici? Lo si può fare anche in maniera divertente. Bisogna considerare il fatto che i tanti bravi divulgatori scientifici attivi in Italia si rivolgono esclusivamente a un pubblico adulto. Nessuno sa più chi sono e cosa vogliono i nostri bambini?
Qualche giorno fa una ragazzina di undici anni mi ha raccontato con un tono nel quale erano mescolati ammirazione e perplessità di uno spettacolo cui aveva assistito in televisione la sera prima: una donna di 53 anni che, grazie a una numerosa serie di interventi di chirurgia plastica, quarantasette, di certo superiore alla media, è riuscita a ottenere un corpo e un viso pressoché simili a quello della famosa bambola Barbie, o comunque modellati secondo fattezze più appropriate per una donna molto più giovane. Ho guardato il video su YouTube, per cercare di capire cosa avesse spinto la ragazzina a parlarmene. Sinceramente la "donna da record" non mi ha colpito molto: siamo ormai abituati a vedere, soprattutto nel mondo dello spettacolo, persone anziane deformate dalla chirurgia plastica per assomigliare a ventenni tutte curve, o a ragazzoni in salute. Il caso che mi colpì di più fu quello di Michael Jackson, che decise di schiarirsi la pelle (per assomigliare, dicono, al suo idolo, Diana Ross) e, per ultimo, il volto di cera fusa di Mickey Rourke, segnato da anni di stravizi, di professione pugilistica e infine da massicci colpi di bisturi. Li osservo con pena, sono balene alla deriva, che lottano per sopravvivere ancora qualche istante prima di scomparire dal firmamento delle celebrità: il loro esporsi alle luci dei riflettori, ostentando seni siliconati e visi stirati, mette ancora più in risalto la presunta bruttezza del loro corpo in disfacimento e la sicura oscenità della loro anima, divorata dalla vanità. Tornando alla nostra Cindy Jackson, ne vediamo l'ingresso nello studio televisivo accompagnato da una canzone degli Aqua, "Barbie Girl", che a leggerne il testo si rimane esterrefatti per tanta volgarità. La donna si racconta: studentessa diligente, era esclusa dalle belle della scuola. Si prende la rivincita, quando a trentatré anni comincia a rifarsi il viso, a farsi asportare parti di corpo per dimagrire. La presentatrice le chiede l'età. Cinquantatré anni. Primo piano dell'ospite. Replica incredula l'età, la presentatrice. Applauso. Il resto è un resoconto particolareggiato dei vari aggiustamenti estetici, che termina con la consegna di una medaglia. Tra mangiatori di scorpioni velenosi e donne barbute, certo, Cindy Jackson non sfigura, ma a differenza dei primi due casi, il suo è un comportamento che può facilmente indurre all'emulazione soprattutto ragazze e donne insicure, vanitose, con manie di protagonismo, etc. A differenza di Michael Jackson, per esempio. Il suo era un esempio troppo sopra le righe per poter indurre in tentazione, chi non accettava il proprio corpo. Anzi, direi, che rappresentava la vera natura della chirurgia plastica (di quella usata per motivi non necessari): strumento di manipolazione della realtà nelle mani di un eterno bambino, intrappolato in un sogno malsano. Il destino ha voluto che lo scettro passasse da una star del pop a una donna qualunque che porta lo stesso cognome.
Chi è stato ragazzo, come me, negli anni '80 non ha potuto non vedere decine e decine di film adolescenziali in cui veniva ripetuto il cliché della contrapposizione tra ragazzi belli e affermati all'interno della scuola, o nel posto di lavoro, e ragazzi sfigati, intelligenti, ma esclusi da tutti per il loro anticonformismo. Anche "Grease", che è del '78, dopo tutto presentava la stessa contrapposizione, ricucita però dalla doppia trasformazione dei protagonisti. In quei film, di solito, i bellocci e gli spacconi finivano umiliati dall'antieroe di turno, con asma e occhialuto. A volte, la storia del cinema è anche la storia di una società che trasmette i propri valori o le proprie paure su una striscia di celluloide. Non è un caso se uomini e donne affascinanti, nei film degli anni '90, si trasformano da "semplici" che erano in assassini psicopatici. Gli USA riflettono da sempre, grazie al cinema e alla letteratura, sul modo di far convivere il mito americano della salute e della bellezza con l'altro, fondamentale, del "sogno americano" grazie quale tutti, anche i reietti, hanno la possibilità di avere successo.
Negli ultimissimi anni, la società americana è cambiata. Ce lo dicono i film che produce e che esporta in tutto il mondo. Nelle scuole, negli uffici, nelle famiglie americane, gli arroganti e i maligni sono i protagonisti. I riflettori sono puntati tutti su di loro, fino a crearne degli idoli. Persino gli sfigati assomigliano ai divi e, nella loro lotta per emergere, inseguono gli stessi obiettivi. La connotazione dei personaggi, specialmente per quanto riguarda il loro background sociale, si è appiattita: non è più una lotta tra l'effimera Barbie e la buona Cenerentola; Cenerentola è Barbie, e viceversa.
Ciò che mi colpisce, pensando alla realtà dello spettacolo in Italia, dal Grande Fratello allo Show dei record, è che mostrano scelte che non hanno a che fare con una ideologia precisa, rispondente in qualche modo a esigenze di una parte di società, o di pubblico televisivo: lo spettacolo è fine a se stesso. Non c'è identificazione tra prodotto televisivo e spettatore, in quanto le idee sono tutte importate dall'estero e confezionate in modo da piacere agli Italiani. Tale lontananza è in grado di creare emulazione, e spinge comportamenti eterodossi per la cultura italiana, come il bullismo e il divismo, a ottenere il riconoscimento di una fetta sempre più larga di persone: come può un genitore, o un insegnante, che cerca di opporsi ai cattivi comportamenti di un adolescente influenzato dal linguaggio scurrile di un gruppo rap, opporsi allo strapotere della televisione.
Una modesta proposta. Perché non estendere il principio del concetto di par condicio (che oggi riguarda solo la politica) anche ai valori morali che, involontariamente o meno, vengono veicolati dalle trasmissioni televisive? Perché non parlare ai bambini (e agli adulti) dei grandi scienziati e uomini d'ingegno che hanno elevato tutta l'umanità grazie alle loro doti e ai loro sacrifici? Lo si può fare anche in maniera divertente. Bisogna considerare il fatto che i tanti bravi divulgatori scientifici attivi in Italia si rivolgono esclusivamente a un pubblico adulto. Nessuno sa più chi sono e cosa vogliono i nostri bambini?


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