sabato 28 febbraio 2009

L'ordine non è di qui

E' una febbre, un delirio. Che cosa? La vita, che diamine: "fever called living"; e, come la febbre, oscura. Accenna talvolta ad alcunché di filato, sembra proporre uno svolgimento e una conseguenza, ma son momenti. Dicono che l'annegato, nell'attimo supremo, coi suoi occhi morenti, veda svilupparsi il rotolo veloce della trascorsa esistenza: no, la vera immagine della vita è questa, per esempio questa che della mia mi giunge a raffiche, dalle quali sarebbe difficile, vano, cavare od astrarre un'alleanza, una parentela. [...] Senza dubbio, che vorrei raccontare tutto per ordine (che tutto? nulla, piuttosto); ma l'ordine non è da noi o non è di qui. Infine, non posso che restituirgli le brusche, arbitrarie figurazioni che via via mi aggrediscono; non si da storia, qui, si danno solo incomprensibili, inutilmente folgoranti episodi. Folgoranti, poi, appena per noi stessi: seppure. E mi vergogno: che cosa invero ho tratto io da... da tutto ciò? Nulla, nulla. Avrei, ho potuto porgere a mio figlio un solo convinto ammonimento, una sola parola di speranza, di certezza? - No.

(Tommaso Landolfi,  Un amore del nostro tempo, Adelphi, 1993)
 

2 commenti:

sabrinamanca ha detto...

So che é cosi'come dice Landolfi, ne sono cosciente, ma a volte non è cosi'.
Forse è cosi' per tutti coloro che ne avvertono quel significato e che sperimentano quel sentimento. Per altri non è per nulla cosi' e non mi sento il coraggio di urlare loro in faccia quello che vedo e che provo perché forse non capirebbero, forse mi prenderebbero per pazza, forse, ancor peggio, per la prima volta intuirebbero che c'è qualcosa di vero nelle mie parole.
Io mi accontento di sapere e dimenticare per andare jusqu'au bout.

Gioacchino ha detto...

Potrei risponderti in molti modi, non avendo nessuna risposta certa sull'argomento: che il terreno d'incontro fra visioni diverse del mondo può avvenire solo attraverso la consapevolezza delle altrui posizioni e quindi attraverso la totale sincerità; oppure, che la medietas è una condizione già esistente alla quale chiunque dovrebbe tendere con ogni sforzo se vuole adempiere ai suoi doveri neiconfronti degli altri esseri umani; o, infine, che è molto peggio fingere che un tale stato di casualità, esiste nostro malgrado, per tutti, e che quindi se vogliamo conoscere noi stessi non possiamo che immergerci nel dolore provovato da una simileconsapevolezza. Senza dimenticarci, però, degli altri, che vivono dentro un sogno, fidandosi di ombre: per loro, per il loro pudore, potremmo, o forse dovremmo, accettare il compromesso e l'ipocrisia di tacere. Nelle tue parole c'è così tanto che non oso proporre altri argomenti e soluzioni, fingendo di poter esaurire la questione. L'idea di "sapere e dimenticare" tra l'altro ha in sè profondi risvolti. Grazie infinite per gli spunti di riflessione. Ciao,

Gioacchino