La conta degli errori commessi è abbastanza semplice, è sufficiente capire i motivi per cui i periodi di pace e di serenità si siano trasformati in odio e sospiri: c'è sempre un gesto che fa la differenza. Quei gesti quasi automatici, compiuti per liberarsi di un peso, dell'ossessione covata lungamente, sempre più difficile da tenere nascosta e silenziosa, pur prevedendo le terribili conseguenze nel caso le si lasciasse prendere il controllo della situazione; quei gesti restano sulla coscienza soltanto come brutti ricordi di un'altra vita. Non è detto che la debolezza d'animo che li ha scatenati debba ripetersi: si cambiano abitudini e orizzonti perché ciò non possa più accadere.L'unica cosa che rende impossibile rendersi protagonisti di quest'altra vita, venuta dopo l'incubo delle ossessioni, è la paralisi che immobilizza il corpo e la mente, che fa sì che i giorni trascorrano tutti uguali, salvo piccole variazioni per dare a me stesso un'impressione di mobilità e di libertà. Ma è il corpo, più della mente, a non voler cedere alle lusinghe del vivere e del divenire, perché la mente, in questo spazio neutro privo di eventi e emozioni è ancora capace di immaginare piccole vie di fuga che potrebbero mettere in moto eventi e emozioni di lunga durata. Il corpo, invece, sente su di sé la fatica di ogni pur piccolo gesto, quasi vivesse, condensati in un istante, tutti gli attimi che seguiranno a quel gesto e tutti quelli (appartenenti all'"altra" vita) che mi sono già costati sudori freddi e batticuori. E' anche probabile che la mia mente sia scissa e, mentre una parte gode della immobile pace presente, l'altra cerchi un riscatto naturale della mia condizione di essere umano e una orgogliosa rivalsa sul tempo trascorso nell'errore. Direi che una parte di me si preoccupa, come scrive Kundera ne "L'immortalità", di non compromettere la memoria che il mondo avrà di me dopo che sarò morto e che, nel mio caso, consiste nel non lasciare alcun ricordo. Secondo Kundera, questa fase occorre nella mente degli uomini vicini alla morte; ma non tanto vicini da non potersi ravvedere e vivere in assoluta libertà gli ultimi anni che gli restano.


