venerdì 28 novembre 2008

Libro contabile II

La conta degli errori commessi è abbastanza semplice, è sufficiente capire i motivi per cui i periodi di pace e di serenità si siano trasformati in odio e sospiri: c'è sempre un gesto che fa la differenza. Quei gesti quasi automatici, compiuti per liberarsi di un peso, dell'ossessione covata lungamente, sempre più difficile da tenere nascosta e silenziosa, pur prevedendo le terribili conseguenze nel caso le si lasciasse prendere il controllo della situazione; quei gesti restano sulla coscienza soltanto come brutti ricordi di un'altra vita. Non è detto che la debolezza d'animo che li ha scatenati debba ripetersi: si cambiano abitudini e orizzonti perché ciò non possa più accadere.
L'unica cosa che rende impossibile rendersi protagonisti di quest'altra vita, venuta dopo l'incubo delle ossessioni, è la paralisi che immobilizza il corpo e la mente, che fa sì che i giorni trascorrano tutti uguali, salvo piccole variazioni per dare a me stesso un'impressione di mobilità e di libertà. Ma è il corpo, più della mente, a non voler cedere alle lusinghe del vivere e del divenire, perché la mente, in questo spazio neutro privo di eventi e emozioni è ancora capace di immaginare piccole vie di fuga che potrebbero mettere in moto eventi e emozioni di lunga durata. Il corpo, invece, sente su di sé la fatica di ogni pur piccolo gesto, quasi vivesse, condensati in un istante, tutti gli attimi che seguiranno a quel gesto e tutti quelli (appartenenti all'"altra" vita) che mi sono già costati sudori freddi e batticuori. E' anche probabile che la mia mente sia scissa e, mentre una parte gode della immobile pace presente, l'altra cerchi un riscatto naturale della mia condizione di essere umano e una orgogliosa rivalsa sul tempo trascorso nell'errore. Direi che una parte di me si preoccupa, come scrive Kundera ne "L'immortalità", di non compromettere la memoria che il mondo avrà di me dopo che sarò morto e che, nel mio caso, consiste nel non lasciare alcun ricordo. Secondo Kundera, questa fase occorre nella mente degli uomini vicini alla morte; ma non tanto vicini da non potersi ravvedere e vivere in assoluta libertà gli ultimi anni che gli restano.

giovedì 27 novembre 2008

Luoghi comuni per un Danese

Davvero - lo dico senza temere di provare in questa circostanza il senso del patetico che avvolge tutte le mie cose - davvero, è un sollievo poter scrivere, come ultima risorsa, prima dell'inebetimento provocato ogni giorno a quest'ora dalla paura di andare a letto e di chiudere gli occhi sulla mia inutile giornata, sapendo che nessuno - neanche io, domani - leggerà queste righe che nulla hanno da invidiare alla poesia della spensieratezza e dell'ineluttabile, che è la migliore, a quanto pare, oggi giorno per vivere a lungo in armonia con il mondo. Le mie parole non hanno niente di diverso rispetto a quelle che tanti altri potrebbero pronunciare per gioco, giusto per ricreare un'atmosfera di decadenza. Non è diverso il gesto, è diversa la persona che lo compie. Ma credo che sia soltanto un problema di comprensione, forse di traduzione: se il senso di un discorso ci è chiaro, e non dobbiamo compiere alcuno sforzo per capirne almeno il tono, ci è facile perdonare l'amarezza che è al suo fondo e le stonature prodotte dalla tensione della voce. E' come far ricorso a luoghi comuni in una lingua straniera di fronte a un Danese, per spezzare il silenzio in una notte buia, in una città malata: si ha l'impressione che la cosa migliore da fare sia rimanere nascosti.

lunedì 24 novembre 2008

Allo specchio

Rabbia e delusione sono sentimenti innocui quando a provarli è un essere umano incatenato alle parole, non credo che esse feriscano più dell'egoismo dimostrato della persona amata in ogni attimo della vita comune di una coppia. Se ci fosse la possibilità di confessarsi, ammettendo colpe e attribuendone, senza il rischio che la persona che ascolta si rivolti contro di noi come se le parole fossero una condanna alla gogna, o un mezzo per estorcere con la forza altri atti non metaforici di sottomissione, quell'attimo di sincerità sarebbe una breve ma intensa liberazione, perché amare qualcuno significa cedere parti del proprio intelletto e del proprio cuore a un'idea non fissa di esistenza esterna a noi, un'esistenza fluttuante, imprevedibile, spesso incomprensibile, che ci obbliga suo malgrado a compiere violenze contro noi stessi, contro un'integrità già fragile, ma fertile, essendo ogni nostra fibra potenzialmente rivolta in ogni istante a cogliere le meraviglie della vita e gioirne. Paghiamo con il silenzio i nostri sacrifici, ancor più dolorosi perché operati nell'incomprensione dell'altro e di noi stessi. Vorremmo almeno dire: "Ti amo, ma non ti comprendo. Perdonami!" Non sarebbe una supplica patetica né un'accusa, ma toglierebbe forza all'illusione che il tempo e la buona volontà possano operare al buon fine di un'unione futura e completa, di conoscenze e intenzioni. Di tutti i sentimenti più o meno nobili dell'uomo, l'amore è quello che meno concede alla deroga di questa legge, l'illusione, che è spesso - per pigrizia, debolezza o cinismo - soltanto riflessiva e lascia l'altro in preda al mistero insondabile di un così complesso sentimento, senza riparo sotto un tremendo acquazzone.

sabato 15 novembre 2008

Libro contabile


Certo che, per uno che ha fatto "voto di silenzio", parli tanto, scrivi tanto...
E' già successo, non è per mancare di rispetto a nessuno e nemmeno a me stesso, ma non posso evitare che ciò appaia come un segno di debolezza, o di miseria spirituale. Prima accadeva che le parole fossero uno sfogo, affinché il groviglio di ansia e paure che mi portavo dentro non esplodesse con maggior danno: di rabbia vera ne ho conosciuta poca, sempre mi importava di ridurre le incomprensibili leggi dei sentimenti umani in parole, ipotesi, preveggenze, progetti alternativi ai mille errori compiuti a mia insaputa. Imbastivo, in compagnia di qualche amico, e persino con gli sconosciuti, discorsi fantasiosi, quasi grotteschi, ellissi, parabole, figure retoriche di una poesia del nulla. Non ritenevo che di me valesse anche altro, oltre alla mia fantasia malata. Poi la ruota degli eventi casuali ha smesso di girare e, quasi contemporaneamente, l'uditorio si è ridotto di consistenza fino a livelli di solitudine metafisica: nè più un pensiero, reale o ipotetico, ha attraversato la mia coscienza né la sacra rappresentazione delle mie nevrosi ha più trovare la via dell'espiazione verbale per autopurificarmi.

«Ogni tragicità è fondata su un conflitto inconciliabile» dice Goethe (Colloqui con Eckermann). Spesso un uomo tormentato trova parzialmente sollievo nel perpetuare con piccoli gesti quotidiani la propria rovina, creando in tal modo uno scenario concreto a incubi impalpabili, che sarebbero altrimenti difficili da sopportare. L'artista fa lo stesso, sfida il silenzio e il buio che sono attorno e dentro ogni cosa, perché solo con le parole, con le immagini e con i suoni può delimitare se stesso e contemporaneamente ciò che più lo affligge - il nulla, il non detto, ciò che esiste solo come possibilità e infinito - sapendo che, senza la creazione artistica, ogni gesto rischia di diventare vuoto e inutile. Io non sono un'artista, non faccio altro che imbattermi in blog di persone sensibili e geniali, che hanno il coraggio, a differenza di me, di sconfiggere, anche se per poco, il silenzio e che mi fanno vergognare di aver pensato anche solo per ozio di possedere un po' di bravura. Eppure, tanto tempo fa, quando non avevo neppure una connessione a internet, scrivere storie era ciò che più mi dava soddisfazione e un senso di completezza, come se tutte le cose che non andavano nella mia vita potessero in parte aggiustarsi grazie a quel lavoro di creazione e ricostruzione della realtà. Ma il resto, la cosa veramente importante di quei momenti di ispirazione, l'ho scoperta solo dopo averla persa: mi sono reso conto che quel passatempo mi dava un'identità. Per modestia non avevo voluto riconoscerlo prima. En passant, mi chiedo che cosa sarebbe successo nella mia vita se avessi creduto con più fermezza nella mia passione per la scrittura. Ma questa non è la confessione di un mancato artista pieno di rimorsi per l'arte negletta. Il dolore che provo per l'assenza della scrittura nella mia vita è dovuto al fatto che adesso non so più chi sono. E, certo, non è l'unica assenza importante, ma insieme al resto ha cambiato profondamente il mio modo di vivere. E' come aver perso un figlio, o un amore importante, la qual cosa ti lascia un vuoto incolmabile: non spii e non rubi più immagini e esperienze al mondo per nutrirlo; non dividi più ogni secondo del giorno in due parti uguali, una per gli altri e l'altra per continuare un intimo discorso con la tua creatura, un discorso fatto di accese fantasie e piccoli litigi; non doni più al mondo ciò che di buono hai imparato realizzando il tuo mondo poetico, non vero, ma verosimile. Puoi continuare a scrivere le tue idee e le tue invenzioni nella vita, ma questa, più che un romanzo è un libro contabile. Non ha gli stessi spazi, non ha gli stessi tempi dell'arte, non c'è controcanto alle vicende che vivi e tutto, persino il tuo destino, sembra un copione scritto da un'altra persona. E poi la solitudine diventa vera solitudine. Certo sto scrivendo, in questo momento, ma non è la stessa cosa rispetto a prima. Questo è il mio libro contabile, io sono al servizio di qualcuno che comanda nell'ombra. Il silenzio è pieno di bisbigli, che fingo di non sentire. Ogni contatto con un altro essere umano mi lascia un vago senso di fastidio, di disgusto, che dura poco, lascia il posto alla solita indifferenza. Non mi guardo intorno quando cammino, quel poco che vedo sembra uscito dal delirio di un pazzo, e non ha neppure senso immaginare che sia diverso: per chi? mi chiedo.
Immagine tratta dal sito: http://unusuallife.com/

giovedì 13 novembre 2008

Che aspetto io qui girandomi per casa,
che s'alzi un qualche vento
di novità a muovermi la penna
e m'apra una speranza.

Nasce invece una pena senza pianto
né oggetto, che una luce
per sé di verità da sé presume
- e appena è un bianco giorno e mite di fine inverno.

Che spero io più smarrito tra le cose.
Troppe ceneri sparge attorno a sé la noia,
la gioia quando c'è basta a sé sola.

(Vittorio Sereni, Le ceneri)

*

Taci, anima stanca di godere
e di soffrire (all’uno e all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.

Noi non ci stupiremmo
non è vero, anima mia, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato...
Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case, le donne
che passano son donne,e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.

La vicenda di gioia e di dolore
non si tocca. Perduta ha la sua voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.

(Camillo Sbarbaro, da Pianissimo)

lunedì 10 novembre 2008

Una vita normale

La mia fuga comprende ultimamente anche le parole con le quali ero solito esprimere i motivi della mia fuga. Non le conservo gelosamente per me, né per occhi degni di leggerle: tento di dimenticarle. Esse appartengono al passato, epoca alla quale soltanto, forse a torto, ho riconosciuto dignità di esistere, preferendola al vuoto del presente, in parte originato dalla mia nostalgia, ma non del tutto (nostalgia, in fin dei conti di qualcosa che non c'è stato, o che non è stato come doveva essere). Il futuro è diventato l'inerte attesa che gli eventi, pur con la loro debolezza, si compiano; ne è la prova la mia fantasia, che negli anni si è mantenuta fedele a un immagine di sconfitta, essendo stata privata del colore di speranza, che solo una ferrea volontà messa in pratica nell'oggi avrebbe potuto donarle. Le parole cantilenano le stesse frasi da dieci anni, rovistano nel medesimo fondo atro di rimorsi, consigliano malevole vendetta e odio contro persone che mi hanno tradito, sminuiscono i piccoli piaceri di un'emozione inattesa. Le parole, finché svolgono questo triste ruolo, mi sono nemiche. Ne cerco di nuove, ascolto suoni, traccio segni sulla carta, introduco nella monotonia quotidiana varianti per non rimanere schiacciato dai limiti del giorno, l'alba e la notte, secondini del mio carcere interiore senza apparente via d'uscita. A questo quadro astratto di sensazioni manca un elemento, la voce di un essere umano. Sono egoista, ho sempre forzato il senso delle parole altrui in una direzione che si confacesse alle mie masochistiche esigenze. Ho tentato, a volte, di considerare le reali intenzioni di chi mi parlava: pur con la dovuta distanza, esse mi appparivano meschine e mi è nata la convinzione che la maggior parte degli individui, spinta da un sentimento o seguendo semplicemente la propria natura, è portata a mostrare il male che cova nell'animo, dove talvolta il male è semplicemente l'indifferenza alle altrui sofferenze. Anche per questo, oltre al silenzio, cerco la solitudine. Una vita "normale" è una questione di equilibrio: liberare una parte del proprio egoismo, una piccola quantità, tale da aver bisogno di qualcuno che ci stia accanto, del cui affetto e delle cui attenzioni nutrirci, ma senza esagerare, per non rompere l'illusione che tiene in vita tutti i legami umani. Io ho appena scoperto di essere cattivo, la riabilitazione richiederà del tempo.

Salvatore Quasimodo
Al tuo lume naufrago

Nasco al tuo lume naufrago,
sera d'acque limpide.
Di serene foglie
arde l'aria consolata.
Sdradicato dai vivi,
cuore provvisorio,
sono limite vano.
Il tuo dono tremendo
di parole, Signore,
sconto assiduamente.
Destami dai morti:
ognuno ha preso la sua terra
e la sua donna.
Tu m'hai guardato dentro
nell'oscurità delle viscere:
nessuno ha la mia disperazione
nel suo cuore:
Sono un uomo solo,
un solo inferno.

sabato 1 novembre 2008

Osservare finzioni di felicità

La Malinconia

Malinconia
la vita mia
struggi terribilmente;
e non v'è al mondo, non c'è al mondo niente
che mi divaghi.

Niente, o una sola
casa. Figliola,
quella per me saresti.
S'apre una porta; in tue succinte vesti
entri, e mi smaghi.

Piccola tanto,
fugace incanto
di primavera. I biondi
riccioli molti nel berretto ascondi,
altri ne ostenti.

Ma giovinezza,
torbida ebbrezza,
passa, passa l'amore.
Restan sì tristi nel dolente cuore,
presentimenti.

Malinconia,
la vita mia
amò lieta una cosa,
sempre: la Morte. Or quasi è dolorosa,
ch'altro non spero.

Quando non s'ama
più, non si chiama
lei la liberatrice;
e nel dolore non fa più felice
il suo pensiero.

Io non sapevo
questo; ora bevo
l'ultimo sorso amaro
dell'esperienza. Oh quanto è mai più caro
il pensier della morte,

al giovanetto,
che a un primo affetto
cangia colore e trema.
Non ama il vecchio la tomba: suprema
crudeltà della sorte.

(Umberto Saba, Dal Canzoniere, ed. Einaudi, Torino 1961)

Salmo di vita

[...]
Le vite dei grandi uomini ci dicono
che possiamo rendere la nostra vita sublime,
e, al momento di andarcene, lasciare le nostre impronte sulla sabbia del tempo...
Leviamoci dunque e operiamo,
con un cuore per ogni destino;
in eterno raggiungendo,
in eterno perseguendo,
impariamo a lavorare ed attendere

(Henry Wadsworth Longfellow, da Voices of the Night, 1839)


Il filo delle bugie

A me la mia vita non piace
e non posso cambiarla.
Mi sforzo allora di farmela piacere
e qualche volta mi dimentico,
dico che la vita è bella.
Ma la vita degli altri
mi sta sempre davanti
e mi viene una gran malinconia
perché nessuno riesce a mentire
davanti a me che so mentire qualche volta
così bene da dimenticare
che mi sto inventando la vita.
Andrà a finire che perderò
il filo delle bugie, delle verità
e una cosa nascerà simile
alla necessità di odiare qualcuno che amo
nella speranza che male e bene
non mentano più e smettano
di sembrare diversi.

(Roberto Pazzi, da Il re, le parole, Manduria, Lacatia, 1980)