Nel mese di gennaio, Miriam aveva scritto a sua sorella che il lavoro andava bene, anche se si aspettava una migliore accoglienza da parte degli altri impiegati dell’albergo, visti i suoi trascorsi: era sempre stata ben voluta da tutti, clienti e impiegati, sia che si trattasse di un ristorante o di un bar, nei quattro anni che erano seguiti al suo diploma. Avrebbe compiuto tra poco ventidue anni, lontano da tutti, e soprattutto da sua sorella Melinda. Non si sentivano da due anni. Non perché avessero litigato. Semplicemente, non vivevano più insieme, con sollievo di entrambe. Avevano condiviso per tre anni diverse stanze e appartamenti, da quando avevano abbandonato la casa dei genitori, a causa di discordie senza fine. Non si erano trovate: tutto qua. Miriam era stata fortunata, trovando un lavoro adatto alle sue capacità organizzative, mentre Melinda inseguiva, come in un sogno a occhi aperti, le sue chimere sentimentali, spostando la sua attenzione da un ragazzo all’altro, nella speranza di sposarne uno. Miriam non la invidiava, e non voleva far pesare alla sorella la sua minor fortuna nel trovare un lavoro soddisfacente. Non credeva che le interessasse. Non voleva immaginarla sola e disperata. Durante l’ultimo incontro, si erano scambiate poche parole, e l’aveva vista accompagnata da un nuovo ragazzo, ma questo non voleva dire niente… Considerando la gelosia di Antonio, forse, qualcosa voleva dire. Ma Miriam non ne sapeva niente, e non voleva fare domande, né a Melinda né alla madre, che aveva riacquistato un ruolo nella vita dei figli approfittando dei loro recenti periodi di sfortune.
Aveva ricevuto gli auguri di buon compleanno dalla sorella, solo due mesi prima e inizialmente non pensava di ricambiare la gentilezza. Solo perché si sentiva depressa prese la penna, strappò un paio di fogli da un bloc-notes e iniziò a scrivere. Non era più abituata a comporre lettere, così come non sapeva più condurre conversazioni, lei, un tempo così ciarliera. Era giusto capace di parlare con i vecchi, di bei tempi, di cose giuste e sane, insomma, di tutto l’armamentario della nostalgia, che lei, Miriam, in realtà non poteva sentire, non solo per limiti d’età, ma anche perché non rimpiangeva nulla in cuor suo: non una serata a bere tequila con limone e sale in un boschetto ai margini della tangenziale di Bologna, con Melinda e altri giovani disperati, mentre la notte imboccava il tunnel senza ritorno del mattino; né il cinico addio sputato in faccia all’ultima amica rimasta, quando al suo ritorno a Catania le aveva detto, “Ti ho odiato per la tua meschinità ma adesso posso passarci sopra”, e l’altra se n’era andata via alla chetichella senza più ripresentarsi. C’era di che ridere, anche per queste futili scaramucce con la vita, con il prossimo. Ma Miriam da tempo non rideva. E ricordava ormai come un miraggio lontano la tristezza della sorella rischiarata da un secondo di luce abbagliante, un sorriso strappato alla morte. Si chiedeva, ricostruendo false emozioni nel ricordo dei bei momenti passati se fossero reali le sue gioie, o se piuttosto fossero da attribuire alla tristezza che faceva da sfondo alla sua calma, o alla felicità che si rifletteva passivamente su di lei. Non riusciva a ricordare un momento di vera gioia. Ma neanche la disperazione conosciuta nel passato le sembrava reale. Senza questo genere di esperienze, ci si può considerare persone adulte? A trent’anni? Bisognerebbe desiderare di morire, o dovrebbe avere tali di quelle nostalgie per amori o follie passate con gli amici, che il presente non dovrebbe neanche esistere. Eppure il passato era poco più che vuoto. Persino Melinda svaniva, con la sua tozza figura, in un immaginario evanescente, in cui fluttuano di solito tutti i buoni propositi, ma anche ai cattivi, insomma tutto l’odio e l’amore freddi, senza passione.
Miriam calca la penna sul foglio per imprimere più profondamente nel cuore della sorella le parole, Ti voglio bene… Mi manchi. Ignora i rigurgiti acidi del whiskey, le voci che consigliano moderazione. Ripensa a quel giorno in cui festeggiarono il proprio compleanno. Entrambe, truccate, ben vestite, a zonzo nella città fredda e desolata, alla ricerca di un locale. Ne trovarono uno messicano. Cattivo auspicio: messicano, era stato l’ultimo ragazzo di Melinda. Erano attratte l’una dall’altra, dalle buone maniere, dai complimenti, dai saggi commenti sulla qualità del cibo. Mangiarono poco, né bevvero molto di più. Il denaro, già allora, scarseggiava. Gliene bastò però per festeggiare poco dopo la laurea di Miriam. Erano, però, già senza casa. I compleanni seguenti furono uno strazio. Fredde, lo erano per forza, dopo la resa dei conti, dopo l’incidente di Melinda, per il quale Miriam aveva fatto tutto il possibile pur di rendere la convalescenza di Melinda sopportabile. Ma, Melinda, nulla: si era ostinata a soffrire per tutte quelle cose che, da sana, aveva, più o meno sopportato: la noia, il fisico informe, la scarsa cultura, la depressione, l’indifferenza per la sorella. Miriam lavorava di giorno e l’accudiva di notte, la lavava, l’aiutava nei momenti più imbarazzanti e fingeva di non vedere la ragnatela di menzogne che Melinda le preparava dal suo letto madido di sudore e macchiato di sangue.
Giunsero alla fine dell’estate, Melinda guarì, riprese a uscire, fingendosi felice, anzi, addossando tutto il carico dell’infelicità domestica sulle spalle ignare di Miriam. Certi sentimenti, in effetti, più che legati a eventi precisi e rappresentati da concrete sensazioni, si muovono nell’aria come miasmi, pronti ad appiccicarsi alle persone, entrare di prepotenza nelle nari. Solo perché qualcuno si incarichi, alla fine, di sbarazzarsene dalla porta sul retro, o di addossarsene il peso fino alla tomba. Un dolore aleggiava su Miriam e Melinda, occupando di tanto in tanto il cuore di una delle due, o di entrambe. Quasi di comune accordo, Miriam, la maggiore, si era preso il compito di vigilare sul movimento di questa sostanza sentimentale, interferendo ogni tanto sullo stato d’animo della sorella, e sul proprio, al fine di riportare l’equilibrio in casa. Accadde, purtroppo, che con l’inizio dell’autunno, i sentimenti di Melinda divenissero alquanto confusi, altalenanti fra la pazza gioia per un nuovo amore e l’antica pena per una perdita subita. Invece, Melinda, senza più energie, cadeva nel vortice della disperazione. E lì rimaneva, nonostante le sferzate di energia che le davano i litigi con la sorella. Questi, ormai, diventavano rari, e anche il loro legame, di qualunque natura fosse, andava dissolvendosi.
Perché Miriam era triste? Nessuno glielo chiedeva, anche se, contro le sue intenzioni, il suo stato d’animo diventava sempre più manifesto. Stava diventando, semmai, la sua aria sonnolenta e grigia, per gli altri, una questione di stile. Lottava contro il caos che le divorava il respiro da dentro ogni volta che, nel riflesso polveroso di una porta-finesta della sua stanza da letto cercava di assumere un’aria dignitosa combinando indumenti e colori, accessori e profumi, prima di uscire di casa e immettersi nel traffico indifferente della strada, e poi in quello dell’ufficio. Una collega ogni tanto scambiava con lei qualche parola, dieci minuti prima di mettersi a lavorare sodo per una misera paga e il sorriso nervoso del capoufficio: discorsi insulsi, stereotipati, quasi sotto la soglia del coro folcloristico, anche se ogni tanto emergevano vere paure, sospiri inequivocabili, di dolore. La collega, che si chiamava Viola, sospirava di rimando, senza capire. Il fatto è che, per pudore o per un riserbo motivato dall’arrogante convinzione di non poter trovare comprensione in nessuno, Melinda trasformava le concrete ragioni del proprio dolore in vaghi, astratti principî - l’umanità degradata a giungla -, dando credito al luogo comune che accomuna l’infelicità al vano filosofare, rimuginare i mali propri e quelli troppo vasti del mondo. Già si vedeva, Melinda, scivolare per quella pericolosa china che porta ai vaneggiamenti apocalittici tipici dei pazzi, fastidiosi da sopportare per chi li ascolta, ma inevitabili per chi se ne fa portavoce. Ma era così semplice, dentro la sua testa, il motivo per cui si sentiva ogni giorno sempre più spossata, spenta, sfiduciata. Le mancava una famiglia. Non proprio la sua, ma un ambiente cui appartenere, nel quale sentirsi protetta, confrontarsi, imparare a conoscere se stessa. Ascoltava Viola lamentarsi di parenti meschini, dediti a ricatti e tradimenti degni di ben altre epoche e impossibili da spiegare visti i minimi interessi in gioco in quelle feroci contese familiari: si litigava per l’assenza di uno zio a un battesimo, per la preferenza accordata da una donna a una delle due nuore e per la freddezza con cui trattava l’altra, fratelli si dividevano in partiti al fine di aver maggior peso nella divisione di un’eredità prima ancora che il capofamiglia avesse tirato le cuoia. La donna raccontava tutto ciò con voce lamentosa ed espressione maligna, impersonando contemporaneamente la parte della vittima e quella del boia. Ma erano situazioni che si protraevano da anni, perfino da decenni, e per le quali non si era trovata una soluzione. Non erano rare le contese “ereditate” dai propri genitori e quelle sorte in seguito alla scelta sbagliata nel porsi in una piuttosto che in un’altra fazione da parte di un membro della famiglia. Nella maggior parte dei casi si continuava a odiare. Sembrava inevitabile. Melinda inorridiva per quei racconti, eppure la sua situazione non era troppo diversa. Solo che lei faceva parte per se, come scrisse Dante. Aveva rotto ogni rapporto con la propria famiglia anche per sottrarsi a simili meccanismi di stupido rancore. Si era illusa di estirpare, a quel modo, il cancro dell’ira che scorreva in chi aveva il suo stesso sangue e lo stesso nome. Se ne era invece ritrovate le mani lordate, come un’assassina, più e più volte nel corso della sua vita, tradendo, maledicendo, urlando di rabbia, esattamente nello stesso modo dei suoi tanto vituperati parenti. La colpa maggiore era stata aver giurato di non voler più rivedere sua sorella Miriam.
Non era tristezza, allora? Era rabbia. No, era entrambe le cose, rabbia e tristezza. Era difficile dire esattamente quale dei due sentimenti avesse preso il sopravvento in quel momento. Rimpiangeva, Melinda, di non poter fare come Viola, che nei momenti di tensione scagliava oggetti a caso, o dava pugni e calci contro i mobili e contro i muri. Una volta era venuta a lavoro con un polso fasciato: diceva di aver litigato con il suo fidanzato. Melinda credeva che lui l’avesse percossa, ma Viola aveva subito precisato che del loro litigio ne avevano fatto le spese soltanto il suo cuore e un anta dell’armadio della stanza da letto. Una grande passione può portare a queste conseguenze. E anche un carattere impetuoso. Ma avere un fuoco che brucia, inestinguibile, nell’anima e che, spegnendosi senza preavviso, lascia nel cuore il gelo e nella mente un bianco turbinio di cene, è molto peggio. È una partita persa in partenza.
Mentre teneva in mano una penna e osservava le righe azzurre del foglio che aveva davanti, seduta al tavolo della cucina, Melinda aspettava l’ispirazione per iniziare a scrivere una lettera in risposta a Miriam. Era una trappola, Melinda non aveva dubbi su questo. Miriam aveva finto che non fosse accaduto nulla di grave tra loro, e lasciava alla sorella maggiore la difficile scelta se rispondere nello stesso tono leggero, o avviare quel doloroso processo di confessione delle proprie colpe che, comunque, aveva iniziato già da molto tempo. Si aspettava dunque qualcosa, Miriam? O, piuttosto, non aveva scritto la lettera per pura ipocrisia? Il giudizio di Melinda sulla sorella non cambiava per quella lettera, che avrebbe avuto ben altro valore se a scriverla fosse stata una persona diversa. I dubbi che rimordevano la coscienza di Melinda non riguardavano quel giudizio. Certo, immaginare certi vizi e certe colpe negli altri è sempre indizio di un’intima conoscenza del male.
Per molto tempo, per settimane non scrisse nulla, anche se mentalmente tentava di fissare alcune frasi che, al momento, le sembrava potessero racchiudere l’essenza del messaggio che avrebbe voluto comunicare a sua sorella. In quel periodo niente, all’apparenza, sembrava diverso: in ufficio si comportava come sempre, ascoltava con pazienza le biliose confidenze di Viola, sorrideva di tanto in tanto alle battute stereotipate degli altri colleghi, manteneva un comportamento cordiale perfino nei confronti dei più maligni. Al di fuori dell’ambiente lavorativo, non c’erano molti altri luoghi nei quali Melinda, se avesse voluto, avrebbe potuto sfogare i propri veri sentimenti. Non sapendo bene quali erano in realtà, si sforzava di conservare i soliti gesti e sorrisi: al supermercato, con le commesse che ormai dovevano riconoscerla come una cliente abituale, all’ufficio postale, al negozietto di liquori nel quale acquistava ogni due settimane circa una bottiglia di vodka polacca, che beveva di sera davanti alla televisione, e qualche volta dopo pranzo, quando non lavorava. Era vittima dell’apatia, ma in certi momenti, inaspettatamente, la rabbia l’assaliva, portando con sé, tra le sue spire, ricordi di un’epoca che, a torto, le sembrava molto distante. Allora, l’ansia cresceva, l’insoddisfazione per la vita che conduceva si trasformava in un senso di nausea costante e sentimenti vili, come l’invidia, il rancore e la gelosia, scuotevano le fondamenta del suo essere, mostrandole il “lato oscuro” che non credeva di possedere.
Da alcune parole dei genitori, pronunciate, secondo Melinda, con affettata leggerezza e quasi con euforico autocompiacimento, era venuta a sapere, molto tempo prima che arrivasse la lettera, che la vita di Miriam proseguiva, con alti e bassi, su un binario sicuro. Oltre che sui continui battibecchi con la proprietaria della bottega di alimentari nella quale lavorava da due anni, le notizie riguardanti Miriam vertevano sul suo rapporto con un nuovo ragazzo. Melinda non sapeva che fine avesse fatto il precedente. A malincuore, sperava che questo fosse migliore dell’altro. Era infastidita dal modo in cui il nome del ragazzo veniva pronunciato dai suoi genitori, come se si trattasse di una presenza indiscutibile nella vita della figlia minore. Pareva uno che si dava molto da fare per compiacere i genitori della propria fidanzata, anche se i termini “fidanzato”, o “ragazzo” non venivano mai pronunciati. Diversi erano stati i rapporti fra i genitori di Melinda e i ragazzi che aveva presentato loro, tanto che Melinda aveva smesso, a un certo punto, di farglieli conoscere. Fino a che non c’era più stato nessun ragazzo da far conoscere, o da nascondere. Come Miriam riuscisse, nonostante il suo carattere, a trovare qualcuno che le stesse accanto, ed eventualmente l’amasse anche, per Melinda rimaneva un mistero.
Nonostante le apparenze, le due sorelle non erano molto diverse. Entrambe avevano un disperato bisogno d’affetto, di ideali, di pace. Ma Miriam era una donna di cuore e d’istinti, mentre Melinda si fidava soltanto del proprio cervello. Era bastato questo, man mano che crescevano e prendevano posto nel mondo, ad allontanarle l’una dall’altra e a far credere loro che nulla potesse più avvicinarle. Il modo in cui fecero questa scoperta, probabilmente, aumentò il senso di ineluttabilità che provarono in seguito al loro distacco. Come se avessero fallito un test, il cui scopo fosse determinare la possibilità di vivere da sorelle.
Due anni e mezzo prima che Melinda ricevesse la lettera di Miriam, esse lasciarono la casa dei genitori in seguito a un litigio. Affittarono un monolocale vicino alla stazione ferroviaria, sfruttando i crediti che l’Università assicurava a Melinda. L’appartamento era spoglio, non c’erano che i mobili essenziali – una cucina , un tavolo ricavato da un grosso tubo di plastica usato normalmente per le condutture idriche incollato a un pannello quadrato di plastica, una libreria in compensato e due letti con materassi vecchi e polverosi. Si trovava in un palazzo di recente costruzione, chiuso da un cancello automatico, circondato da lembi di terreno ricoperto da erbacce, fabbriche in disuso che sarebbero dovute diventare parcheggi e ipermercati, e larghe strade sulle quali a ogni ora macchine sfrecciavano verso la vicina autostrada. La zona non aveva ancora perso, nonostante le recenti costruzioni residenziali, l’aspetto di area industriale abbandonata. Miriam e Melinda camminavano ogni giorno fino alla più vicina fermata degli autobus, che si trovava di fronte alla stazione: con i piedi nella neve in inverno e in estate sulle strade arroventate e prive di alberi come di qualsiasi altro riparo ombroso. Melinda andava all’Università. Non seguiva più le lezioni, stava preparando la tesi e faceva da collaboratrice per un professore, che sfruttava il suo giovanile entusiasmo esigendo da lei più di quanto avrebbe dovuto, visto il suo ruolo di mentore. Melinda sopportava tutto, teneva duro, anche quando le sue ricerche diventavano applauditi articoli di economia in rinomate riviste di settore, a firma del docente con il quale collaborava. Miriam andava ancora a scuola, ultimo anno delle superiori, in un istituto privato, dopo che aveva rischiato di essere bocciata l’anno precedente. Non studiava molto, ma affermava con orgoglio di essere tra le prime della sua classe. A dir la verità, i suoi “compagni” erano soprattutto donne di mezza età, con un lavoro e una famiglia, che cercavano di acquisire un titolo per avanzare di carriera. Ma Miriam non amava la competizione, quindi per lei era l’ambiente perfetto, anche se non era il luogo ideale per coltivare relazioni sociali. I pochi tentativi furono disastrosi. Miriam era l’unica del gruppo a provenire da una regione del Sud Italia: anche i più insignificanti codici sociali assumevano significati impossibili da tradurre e da comprendere per le parti in causa.
Non fu un caso quindi che i ragazzi di Miriam fossero anch’essi del Sud Italia, delle Isole, o addirittura originari di Paesi stranieri, simili per cultura all’Italia latina. Melinda credeva che la sorella stesse sprecando la propria vita in quelle relazioni, ma sapeva anche che era una reazione all’estrema solitudine nella quale entrambe erano confinate. Da parte sua, invece, Melinda era selettiva nei rapporti umani, come lo era stata nella sua città natale. Rimase a lungo sola, ma non se ne sorprese affatto. Che nuovi amici potessero alleviarle il peso dei suoi problemi le sembrava semplicemente un’illusione gravida di conseguenze spiacevoli. In effetti, i problemi non erano pochi. Il denaro cominciava a scarseggiare, tanto che Miriam iniziò anche lei a lavorare come apprendista in un bar. Quando non poterono più pagare l’affitto del monolocale, furono costrette a prendere una stanza in un appartamento misto, nel quale cioè convivevano altre persone. Dopo un anno dovettero andare via anche da lì, poiché erano state prese di mira da una sadica studentessa di Napoli, entrata in combutta con un’altra squilibrata abitante dell’appartamento. Fu una vera fortuna per loro trovarne un altro, a poco prezzo, e dopo non molte ricerche. Questo nuovo appartamento, sebbene fosse vecchio e malandato, aveva finalmente tutto ciò che si addicesse a una casa: due camere da letto, un bagno, una cucina e un soggiorno. E dalle finestre delle camere da letto si scorgevano, a tratti, le colline che cingevano da un lato la città.
Melinda, dopo essersi laureata, continuava ad andare all’Università – adesso, in bicicletta – per collaborare con il solito docente: l’esperienza accumulata, sperava, le sarebbe servita per ottenere nell’immediato futuro un vero lavoro, remunerato e soprattutto più dignitoso di quello svolto per il professore; al momento, essa comportava soltanto nuovi oneri. Anche Miriam aveva chiuso con lo studio. Si era diplomata con un voto mediocre e adesso si dedicava anima e corpo al suo lavoro al bar, che le permetteva di conoscere molta gente e acquisire sicurezza in se stessa. Nella nuova casa all’ombra delle colline, sembrava che Miriam e Melinda avessero acquietato l’insoddisfazione, la ribellione, la confusione che si erano agitate fino ad allora nei loro cuori.
Miriam frequentava in modo fisso un ragazzo. Durante una gita in moto, scivolarono sul fondo ghiaioso della strada e riportarono entrambi alcune fratture che i tennero lontani l’uno dall’altra per qualche settimana. In quel periodo Melinda si prese cura della sorella, in tutti gli aspetti: la aiutava a lavarsi, a mangiare, a vestirsi; le procurava riviste, libri e altri passatempi; la intratteneva con il resoconto della sua giornata lavorativa. Ma tutto ciò producesse l’effetto opposto a quello desiderato. Miriam, costretta a letto da una frattura alla tibia, mostrava sempre più insofferenza per la propria situazione rendendo vani gli sforzi e l’ottimismo di Melinda. Inizialmente erano lamentele, ma non passò molto tempo che il suo umore subì una trasformazione radicale: una tale apatia, una tale tristezza, Melinda non le aveva mai viste.
Finalmente Miriam poté alzarsi dal letto. Melinda l’accompagnava due volte a settimana presso un centro di riabilitazione, in modo che non rimanessero tracce del trauma alle ossa e ai muscoli. Anche il ragazzo di Miriam si riprese. Nonostante la grande nostalgia mostrata da Miriam nel periodo del loro allontanamento forzato, i due fidanzati ebbero numerosi e violenti litigi dal momento in cui si riunirono. L’umore di Miriam tornò a essere cupo e in qualche modo si ripercosse sul rapporto con la sorella. Infine, tornò a lavoro, e sembrò che tutto fosse tornato alla normalità.
Miriam, adesso, usciva quasi ogni sera, mentre Melinda rimaneva in casa a guardare la televisione fino a tarda notte. La mattina e durante il giorno non si vedevano. Raramente cenavano insieme. Era capitato che Melinda uscisse con Miriam e il suo ragazzo, o che questi fosse venuto in casa sua. Dopo poche parole, Melinda non era stata in grado di proseguire la conversazione con lui. Erano troppo diversi. Lui era troppo diverso anche da Miriam, ognuno ne era consapevole, ma non si decideva a fare la prima mossa. Miriam appariva determinata a compiere il proprio dovere, qualunque esso fosse, stando accanto a quel ragazzo, ignorando le sue intemperanze, le maniere sgarbate, la gelosia. Spesso si era confidata con la sorella a proposito dei difetti del suo ragazzo, più di una volta aveva manifestato l’intenzione di lasciarlo. Aveva paura di rimanere sola, ma questa non era la sola causa per la quale aveva negato ogni volta la propria volontà. Quello che a Melinda era sembrato l’attaccamento a una sorta di dovere, da parte di Miriam, era con ogni probabilità il tentativo di contrastare l’incessante desiderio di un amore perfetto. I lamenti e i pianti, nei quali affiorava ancora l’intolleranza verso i difetti del suo ragazzo, verso l’incostanza degli amici, verso la freddezza dei genitori, nei desideri di Miriam dovevano sparire per sempre. Erano come spire di fumo che salivano da un fuoco appena spento, ma che minacciava di tornare a divampare sotto la cenere.
Melinda opponeva sia alle lamentele che ai comportamenti di Miriam la stessa algida protesta: se credi in un ideale non sporcarlo con compromessi e piagnistei; e se non ci credi, non perdere tempo a cavillare sui modi per realizzarlo. D’altronde, lei, Melinda, era il perfetto esempio di idealista che non scende mai a compromessi. Ultimamente aveva abbandonato il suo lavoro all’Università inviando una lettera piccata al professore che per tre anni le aveva reso la vita impossibile. Il risultato era che si trovava a essere disoccupata e priva di referenze utili a trovare un buon posto. Più o meno nello stesso periodo, aveva chiuso definitivamente i rapporti con l’unica amica che le era rimasta nella sua città natale, asserendo che era uno sforzo inutile per una persona che non meritava tanto. Solitudine e povertà sembravano gli unici premi per chi era sempre fedele ai propri ideali. Per quanto distrattamente, Miriam non poteva neanche ignorare che il cuore di sua sorella stava diventando ogni giorno più nero: anche scambiando poche parole, sentiva in esse punte di cinismo che mai si sarebbe aspettata da lei. Erano i giorni in cui Melinda pensava, drammaticamente, che la propria vita fosse un oggetto rotto, inutilizzabile, sul quale fosse giunta l’ora di scrivere la parola “fine”, e con spaventosi discorsi e pensieri cercava di giustificare e avviare a concretezza quella decisione.
La trasformazione in lei fu radicale. Quando Miriam non ebbe più bisogno del suo sostegno fisico e psicologico, Melinda si rese conto, senza capire il perché, che la stava perdendo. Non le sarebbe rimasto altro, pensò egoisticamente. Ma se, infine, lei si fosse trovata sola, non avrebbe dovuto accusare di egoismo anche Miriam? Non credeva che esistessero spiegazioni valide per ciò che stava succedendo: sorelle che, fino a un attimo prima di prendere una decisione tale da cambiare per sempre le loro vite, erano state quasi due estranee, per sciocche divergenze tornano ad allontanarsi, perdendosi in vite piene di infelicità. Era ingiusto, ma inevitabile. Certi eventi, reticenze, scatti d’ira, stavano portando verso quella soluzione. Pensare al dopo era impossibile, perché non c’era più niente per loro, dal momento in cui una delle due, o entrambe, avessero preso atto della realtà, che appariva ancora troppo sgradevole per essere rivelata: la loro alleanza, durata tre anni, non aveva portato alcun bene e forse aveva perfino creato qualche problema. Sapevano, nonostante i tentativi di ignorare la verità sul loro rapporto, che la loro separazione lasciava nei loro cuori un vuoto incolmabile, un senso di sconfitta e frustrazione.
Miriam lasciò per prima la casa, lasciando Melinda incredula e stupefatta. Prese le sue poche cose, infilò i vestiti alla rinfusa, senza piegarli, in un paio di borsoni, e si trasferì in un appartamento che divideva con una donna, la proprietaria, e il suo cane. Melinda tornò dai suoi genitori, ma non per questo i loro rapporti migliorarono. Attese un anno prima di trovare un appartamento in cui traslocare con i propri libri e la propria musica: gli unici beni che l’avessero accompagnata e le fossero rimasti cari dopo aver cambiato casa tante volte in pochi anni. Tornò infine al Sud, nella sua città di nascita. Non lo fece per rimediare al senso di inutilità che provava per la propria vita: si sentiva ancora come un oggetto rovinato, violato, ma pensava che quella città fosse uno scrigno più adatto ad accogliere i propri frantumi, anche se prima o poi quello scrigno avrebbe smesso di proteggerla dal deterioramento del tempo. Se non per se stessa, forse per qualcun altro, la sua vita aveva ancora un certo valore. Qualcuno avrebbe sofferto per la sua mancanza, se avesse deciso di perdersi, ma anche in quel caso, il tempo avrebbe fatto la sua parte, scolorendo il pensiero di lei fino al momento in cui la realtà si fosse sovrapposta alla percezione di essa.
C’erano, tuttavia, dei legami che non potevano sciogliersi, neanche con la morte. I legami di sangue, soprattutto. Le affinità tra noi e i nostri fratelli, e le nostre sorelle, che teniamo segrete perfino a noi stessi, che mutano e seguono percorsi indecifrabili e inenarrabili, facendo procedere la storia degli esseri umani e dei popoli, contengono la soluzione a molti dilemmi che sfociano, o hanno origine, dall’odio e dall’amore. “Siamo come due gocce d’acqua” pensò Melinda, guardando il proprio volto riflesso sul vetro. “Siamo due gocce di sangue…” scrisse sul foglio che aveva davanti, e poco altro.
Aveva ricevuto gli auguri di buon compleanno dalla sorella, solo due mesi prima e inizialmente non pensava di ricambiare la gentilezza. Solo perché si sentiva depressa prese la penna, strappò un paio di fogli da un bloc-notes e iniziò a scrivere. Non era più abituata a comporre lettere, così come non sapeva più condurre conversazioni, lei, un tempo così ciarliera. Era giusto capace di parlare con i vecchi, di bei tempi, di cose giuste e sane, insomma, di tutto l’armamentario della nostalgia, che lei, Miriam, in realtà non poteva sentire, non solo per limiti d’età, ma anche perché non rimpiangeva nulla in cuor suo: non una serata a bere tequila con limone e sale in un boschetto ai margini della tangenziale di Bologna, con Melinda e altri giovani disperati, mentre la notte imboccava il tunnel senza ritorno del mattino; né il cinico addio sputato in faccia all’ultima amica rimasta, quando al suo ritorno a Catania le aveva detto, “Ti ho odiato per la tua meschinità ma adesso posso passarci sopra”, e l’altra se n’era andata via alla chetichella senza più ripresentarsi. C’era di che ridere, anche per queste futili scaramucce con la vita, con il prossimo. Ma Miriam da tempo non rideva. E ricordava ormai come un miraggio lontano la tristezza della sorella rischiarata da un secondo di luce abbagliante, un sorriso strappato alla morte. Si chiedeva, ricostruendo false emozioni nel ricordo dei bei momenti passati se fossero reali le sue gioie, o se piuttosto fossero da attribuire alla tristezza che faceva da sfondo alla sua calma, o alla felicità che si rifletteva passivamente su di lei. Non riusciva a ricordare un momento di vera gioia. Ma neanche la disperazione conosciuta nel passato le sembrava reale. Senza questo genere di esperienze, ci si può considerare persone adulte? A trent’anni? Bisognerebbe desiderare di morire, o dovrebbe avere tali di quelle nostalgie per amori o follie passate con gli amici, che il presente non dovrebbe neanche esistere. Eppure il passato era poco più che vuoto. Persino Melinda svaniva, con la sua tozza figura, in un immaginario evanescente, in cui fluttuano di solito tutti i buoni propositi, ma anche ai cattivi, insomma tutto l’odio e l’amore freddi, senza passione.
Miriam calca la penna sul foglio per imprimere più profondamente nel cuore della sorella le parole, Ti voglio bene… Mi manchi. Ignora i rigurgiti acidi del whiskey, le voci che consigliano moderazione. Ripensa a quel giorno in cui festeggiarono il proprio compleanno. Entrambe, truccate, ben vestite, a zonzo nella città fredda e desolata, alla ricerca di un locale. Ne trovarono uno messicano. Cattivo auspicio: messicano, era stato l’ultimo ragazzo di Melinda. Erano attratte l’una dall’altra, dalle buone maniere, dai complimenti, dai saggi commenti sulla qualità del cibo. Mangiarono poco, né bevvero molto di più. Il denaro, già allora, scarseggiava. Gliene bastò però per festeggiare poco dopo la laurea di Miriam. Erano, però, già senza casa. I compleanni seguenti furono uno strazio. Fredde, lo erano per forza, dopo la resa dei conti, dopo l’incidente di Melinda, per il quale Miriam aveva fatto tutto il possibile pur di rendere la convalescenza di Melinda sopportabile. Ma, Melinda, nulla: si era ostinata a soffrire per tutte quelle cose che, da sana, aveva, più o meno sopportato: la noia, il fisico informe, la scarsa cultura, la depressione, l’indifferenza per la sorella. Miriam lavorava di giorno e l’accudiva di notte, la lavava, l’aiutava nei momenti più imbarazzanti e fingeva di non vedere la ragnatela di menzogne che Melinda le preparava dal suo letto madido di sudore e macchiato di sangue.
Giunsero alla fine dell’estate, Melinda guarì, riprese a uscire, fingendosi felice, anzi, addossando tutto il carico dell’infelicità domestica sulle spalle ignare di Miriam. Certi sentimenti, in effetti, più che legati a eventi precisi e rappresentati da concrete sensazioni, si muovono nell’aria come miasmi, pronti ad appiccicarsi alle persone, entrare di prepotenza nelle nari. Solo perché qualcuno si incarichi, alla fine, di sbarazzarsene dalla porta sul retro, o di addossarsene il peso fino alla tomba. Un dolore aleggiava su Miriam e Melinda, occupando di tanto in tanto il cuore di una delle due, o di entrambe. Quasi di comune accordo, Miriam, la maggiore, si era preso il compito di vigilare sul movimento di questa sostanza sentimentale, interferendo ogni tanto sullo stato d’animo della sorella, e sul proprio, al fine di riportare l’equilibrio in casa. Accadde, purtroppo, che con l’inizio dell’autunno, i sentimenti di Melinda divenissero alquanto confusi, altalenanti fra la pazza gioia per un nuovo amore e l’antica pena per una perdita subita. Invece, Melinda, senza più energie, cadeva nel vortice della disperazione. E lì rimaneva, nonostante le sferzate di energia che le davano i litigi con la sorella. Questi, ormai, diventavano rari, e anche il loro legame, di qualunque natura fosse, andava dissolvendosi.
Perché Miriam era triste? Nessuno glielo chiedeva, anche se, contro le sue intenzioni, il suo stato d’animo diventava sempre più manifesto. Stava diventando, semmai, la sua aria sonnolenta e grigia, per gli altri, una questione di stile. Lottava contro il caos che le divorava il respiro da dentro ogni volta che, nel riflesso polveroso di una porta-finesta della sua stanza da letto cercava di assumere un’aria dignitosa combinando indumenti e colori, accessori e profumi, prima di uscire di casa e immettersi nel traffico indifferente della strada, e poi in quello dell’ufficio. Una collega ogni tanto scambiava con lei qualche parola, dieci minuti prima di mettersi a lavorare sodo per una misera paga e il sorriso nervoso del capoufficio: discorsi insulsi, stereotipati, quasi sotto la soglia del coro folcloristico, anche se ogni tanto emergevano vere paure, sospiri inequivocabili, di dolore. La collega, che si chiamava Viola, sospirava di rimando, senza capire. Il fatto è che, per pudore o per un riserbo motivato dall’arrogante convinzione di non poter trovare comprensione in nessuno, Melinda trasformava le concrete ragioni del proprio dolore in vaghi, astratti principî - l’umanità degradata a giungla -, dando credito al luogo comune che accomuna l’infelicità al vano filosofare, rimuginare i mali propri e quelli troppo vasti del mondo. Già si vedeva, Melinda, scivolare per quella pericolosa china che porta ai vaneggiamenti apocalittici tipici dei pazzi, fastidiosi da sopportare per chi li ascolta, ma inevitabili per chi se ne fa portavoce. Ma era così semplice, dentro la sua testa, il motivo per cui si sentiva ogni giorno sempre più spossata, spenta, sfiduciata. Le mancava una famiglia. Non proprio la sua, ma un ambiente cui appartenere, nel quale sentirsi protetta, confrontarsi, imparare a conoscere se stessa. Ascoltava Viola lamentarsi di parenti meschini, dediti a ricatti e tradimenti degni di ben altre epoche e impossibili da spiegare visti i minimi interessi in gioco in quelle feroci contese familiari: si litigava per l’assenza di uno zio a un battesimo, per la preferenza accordata da una donna a una delle due nuore e per la freddezza con cui trattava l’altra, fratelli si dividevano in partiti al fine di aver maggior peso nella divisione di un’eredità prima ancora che il capofamiglia avesse tirato le cuoia. La donna raccontava tutto ciò con voce lamentosa ed espressione maligna, impersonando contemporaneamente la parte della vittima e quella del boia. Ma erano situazioni che si protraevano da anni, perfino da decenni, e per le quali non si era trovata una soluzione. Non erano rare le contese “ereditate” dai propri genitori e quelle sorte in seguito alla scelta sbagliata nel porsi in una piuttosto che in un’altra fazione da parte di un membro della famiglia. Nella maggior parte dei casi si continuava a odiare. Sembrava inevitabile. Melinda inorridiva per quei racconti, eppure la sua situazione non era troppo diversa. Solo che lei faceva parte per se, come scrisse Dante. Aveva rotto ogni rapporto con la propria famiglia anche per sottrarsi a simili meccanismi di stupido rancore. Si era illusa di estirpare, a quel modo, il cancro dell’ira che scorreva in chi aveva il suo stesso sangue e lo stesso nome. Se ne era invece ritrovate le mani lordate, come un’assassina, più e più volte nel corso della sua vita, tradendo, maledicendo, urlando di rabbia, esattamente nello stesso modo dei suoi tanto vituperati parenti. La colpa maggiore era stata aver giurato di non voler più rivedere sua sorella Miriam.
Non era tristezza, allora? Era rabbia. No, era entrambe le cose, rabbia e tristezza. Era difficile dire esattamente quale dei due sentimenti avesse preso il sopravvento in quel momento. Rimpiangeva, Melinda, di non poter fare come Viola, che nei momenti di tensione scagliava oggetti a caso, o dava pugni e calci contro i mobili e contro i muri. Una volta era venuta a lavoro con un polso fasciato: diceva di aver litigato con il suo fidanzato. Melinda credeva che lui l’avesse percossa, ma Viola aveva subito precisato che del loro litigio ne avevano fatto le spese soltanto il suo cuore e un anta dell’armadio della stanza da letto. Una grande passione può portare a queste conseguenze. E anche un carattere impetuoso. Ma avere un fuoco che brucia, inestinguibile, nell’anima e che, spegnendosi senza preavviso, lascia nel cuore il gelo e nella mente un bianco turbinio di cene, è molto peggio. È una partita persa in partenza.
Mentre teneva in mano una penna e osservava le righe azzurre del foglio che aveva davanti, seduta al tavolo della cucina, Melinda aspettava l’ispirazione per iniziare a scrivere una lettera in risposta a Miriam. Era una trappola, Melinda non aveva dubbi su questo. Miriam aveva finto che non fosse accaduto nulla di grave tra loro, e lasciava alla sorella maggiore la difficile scelta se rispondere nello stesso tono leggero, o avviare quel doloroso processo di confessione delle proprie colpe che, comunque, aveva iniziato già da molto tempo. Si aspettava dunque qualcosa, Miriam? O, piuttosto, non aveva scritto la lettera per pura ipocrisia? Il giudizio di Melinda sulla sorella non cambiava per quella lettera, che avrebbe avuto ben altro valore se a scriverla fosse stata una persona diversa. I dubbi che rimordevano la coscienza di Melinda non riguardavano quel giudizio. Certo, immaginare certi vizi e certe colpe negli altri è sempre indizio di un’intima conoscenza del male.
Per molto tempo, per settimane non scrisse nulla, anche se mentalmente tentava di fissare alcune frasi che, al momento, le sembrava potessero racchiudere l’essenza del messaggio che avrebbe voluto comunicare a sua sorella. In quel periodo niente, all’apparenza, sembrava diverso: in ufficio si comportava come sempre, ascoltava con pazienza le biliose confidenze di Viola, sorrideva di tanto in tanto alle battute stereotipate degli altri colleghi, manteneva un comportamento cordiale perfino nei confronti dei più maligni. Al di fuori dell’ambiente lavorativo, non c’erano molti altri luoghi nei quali Melinda, se avesse voluto, avrebbe potuto sfogare i propri veri sentimenti. Non sapendo bene quali erano in realtà, si sforzava di conservare i soliti gesti e sorrisi: al supermercato, con le commesse che ormai dovevano riconoscerla come una cliente abituale, all’ufficio postale, al negozietto di liquori nel quale acquistava ogni due settimane circa una bottiglia di vodka polacca, che beveva di sera davanti alla televisione, e qualche volta dopo pranzo, quando non lavorava. Era vittima dell’apatia, ma in certi momenti, inaspettatamente, la rabbia l’assaliva, portando con sé, tra le sue spire, ricordi di un’epoca che, a torto, le sembrava molto distante. Allora, l’ansia cresceva, l’insoddisfazione per la vita che conduceva si trasformava in un senso di nausea costante e sentimenti vili, come l’invidia, il rancore e la gelosia, scuotevano le fondamenta del suo essere, mostrandole il “lato oscuro” che non credeva di possedere.
Da alcune parole dei genitori, pronunciate, secondo Melinda, con affettata leggerezza e quasi con euforico autocompiacimento, era venuta a sapere, molto tempo prima che arrivasse la lettera, che la vita di Miriam proseguiva, con alti e bassi, su un binario sicuro. Oltre che sui continui battibecchi con la proprietaria della bottega di alimentari nella quale lavorava da due anni, le notizie riguardanti Miriam vertevano sul suo rapporto con un nuovo ragazzo. Melinda non sapeva che fine avesse fatto il precedente. A malincuore, sperava che questo fosse migliore dell’altro. Era infastidita dal modo in cui il nome del ragazzo veniva pronunciato dai suoi genitori, come se si trattasse di una presenza indiscutibile nella vita della figlia minore. Pareva uno che si dava molto da fare per compiacere i genitori della propria fidanzata, anche se i termini “fidanzato”, o “ragazzo” non venivano mai pronunciati. Diversi erano stati i rapporti fra i genitori di Melinda e i ragazzi che aveva presentato loro, tanto che Melinda aveva smesso, a un certo punto, di farglieli conoscere. Fino a che non c’era più stato nessun ragazzo da far conoscere, o da nascondere. Come Miriam riuscisse, nonostante il suo carattere, a trovare qualcuno che le stesse accanto, ed eventualmente l’amasse anche, per Melinda rimaneva un mistero.
Nonostante le apparenze, le due sorelle non erano molto diverse. Entrambe avevano un disperato bisogno d’affetto, di ideali, di pace. Ma Miriam era una donna di cuore e d’istinti, mentre Melinda si fidava soltanto del proprio cervello. Era bastato questo, man mano che crescevano e prendevano posto nel mondo, ad allontanarle l’una dall’altra e a far credere loro che nulla potesse più avvicinarle. Il modo in cui fecero questa scoperta, probabilmente, aumentò il senso di ineluttabilità che provarono in seguito al loro distacco. Come se avessero fallito un test, il cui scopo fosse determinare la possibilità di vivere da sorelle.
Due anni e mezzo prima che Melinda ricevesse la lettera di Miriam, esse lasciarono la casa dei genitori in seguito a un litigio. Affittarono un monolocale vicino alla stazione ferroviaria, sfruttando i crediti che l’Università assicurava a Melinda. L’appartamento era spoglio, non c’erano che i mobili essenziali – una cucina , un tavolo ricavato da un grosso tubo di plastica usato normalmente per le condutture idriche incollato a un pannello quadrato di plastica, una libreria in compensato e due letti con materassi vecchi e polverosi. Si trovava in un palazzo di recente costruzione, chiuso da un cancello automatico, circondato da lembi di terreno ricoperto da erbacce, fabbriche in disuso che sarebbero dovute diventare parcheggi e ipermercati, e larghe strade sulle quali a ogni ora macchine sfrecciavano verso la vicina autostrada. La zona non aveva ancora perso, nonostante le recenti costruzioni residenziali, l’aspetto di area industriale abbandonata. Miriam e Melinda camminavano ogni giorno fino alla più vicina fermata degli autobus, che si trovava di fronte alla stazione: con i piedi nella neve in inverno e in estate sulle strade arroventate e prive di alberi come di qualsiasi altro riparo ombroso. Melinda andava all’Università. Non seguiva più le lezioni, stava preparando la tesi e faceva da collaboratrice per un professore, che sfruttava il suo giovanile entusiasmo esigendo da lei più di quanto avrebbe dovuto, visto il suo ruolo di mentore. Melinda sopportava tutto, teneva duro, anche quando le sue ricerche diventavano applauditi articoli di economia in rinomate riviste di settore, a firma del docente con il quale collaborava. Miriam andava ancora a scuola, ultimo anno delle superiori, in un istituto privato, dopo che aveva rischiato di essere bocciata l’anno precedente. Non studiava molto, ma affermava con orgoglio di essere tra le prime della sua classe. A dir la verità, i suoi “compagni” erano soprattutto donne di mezza età, con un lavoro e una famiglia, che cercavano di acquisire un titolo per avanzare di carriera. Ma Miriam non amava la competizione, quindi per lei era l’ambiente perfetto, anche se non era il luogo ideale per coltivare relazioni sociali. I pochi tentativi furono disastrosi. Miriam era l’unica del gruppo a provenire da una regione del Sud Italia: anche i più insignificanti codici sociali assumevano significati impossibili da tradurre e da comprendere per le parti in causa.
Non fu un caso quindi che i ragazzi di Miriam fossero anch’essi del Sud Italia, delle Isole, o addirittura originari di Paesi stranieri, simili per cultura all’Italia latina. Melinda credeva che la sorella stesse sprecando la propria vita in quelle relazioni, ma sapeva anche che era una reazione all’estrema solitudine nella quale entrambe erano confinate. Da parte sua, invece, Melinda era selettiva nei rapporti umani, come lo era stata nella sua città natale. Rimase a lungo sola, ma non se ne sorprese affatto. Che nuovi amici potessero alleviarle il peso dei suoi problemi le sembrava semplicemente un’illusione gravida di conseguenze spiacevoli. In effetti, i problemi non erano pochi. Il denaro cominciava a scarseggiare, tanto che Miriam iniziò anche lei a lavorare come apprendista in un bar. Quando non poterono più pagare l’affitto del monolocale, furono costrette a prendere una stanza in un appartamento misto, nel quale cioè convivevano altre persone. Dopo un anno dovettero andare via anche da lì, poiché erano state prese di mira da una sadica studentessa di Napoli, entrata in combutta con un’altra squilibrata abitante dell’appartamento. Fu una vera fortuna per loro trovarne un altro, a poco prezzo, e dopo non molte ricerche. Questo nuovo appartamento, sebbene fosse vecchio e malandato, aveva finalmente tutto ciò che si addicesse a una casa: due camere da letto, un bagno, una cucina e un soggiorno. E dalle finestre delle camere da letto si scorgevano, a tratti, le colline che cingevano da un lato la città.
Melinda, dopo essersi laureata, continuava ad andare all’Università – adesso, in bicicletta – per collaborare con il solito docente: l’esperienza accumulata, sperava, le sarebbe servita per ottenere nell’immediato futuro un vero lavoro, remunerato e soprattutto più dignitoso di quello svolto per il professore; al momento, essa comportava soltanto nuovi oneri. Anche Miriam aveva chiuso con lo studio. Si era diplomata con un voto mediocre e adesso si dedicava anima e corpo al suo lavoro al bar, che le permetteva di conoscere molta gente e acquisire sicurezza in se stessa. Nella nuova casa all’ombra delle colline, sembrava che Miriam e Melinda avessero acquietato l’insoddisfazione, la ribellione, la confusione che si erano agitate fino ad allora nei loro cuori.
Miriam frequentava in modo fisso un ragazzo. Durante una gita in moto, scivolarono sul fondo ghiaioso della strada e riportarono entrambi alcune fratture che i tennero lontani l’uno dall’altra per qualche settimana. In quel periodo Melinda si prese cura della sorella, in tutti gli aspetti: la aiutava a lavarsi, a mangiare, a vestirsi; le procurava riviste, libri e altri passatempi; la intratteneva con il resoconto della sua giornata lavorativa. Ma tutto ciò producesse l’effetto opposto a quello desiderato. Miriam, costretta a letto da una frattura alla tibia, mostrava sempre più insofferenza per la propria situazione rendendo vani gli sforzi e l’ottimismo di Melinda. Inizialmente erano lamentele, ma non passò molto tempo che il suo umore subì una trasformazione radicale: una tale apatia, una tale tristezza, Melinda non le aveva mai viste.
Finalmente Miriam poté alzarsi dal letto. Melinda l’accompagnava due volte a settimana presso un centro di riabilitazione, in modo che non rimanessero tracce del trauma alle ossa e ai muscoli. Anche il ragazzo di Miriam si riprese. Nonostante la grande nostalgia mostrata da Miriam nel periodo del loro allontanamento forzato, i due fidanzati ebbero numerosi e violenti litigi dal momento in cui si riunirono. L’umore di Miriam tornò a essere cupo e in qualche modo si ripercosse sul rapporto con la sorella. Infine, tornò a lavoro, e sembrò che tutto fosse tornato alla normalità.
Miriam, adesso, usciva quasi ogni sera, mentre Melinda rimaneva in casa a guardare la televisione fino a tarda notte. La mattina e durante il giorno non si vedevano. Raramente cenavano insieme. Era capitato che Melinda uscisse con Miriam e il suo ragazzo, o che questi fosse venuto in casa sua. Dopo poche parole, Melinda non era stata in grado di proseguire la conversazione con lui. Erano troppo diversi. Lui era troppo diverso anche da Miriam, ognuno ne era consapevole, ma non si decideva a fare la prima mossa. Miriam appariva determinata a compiere il proprio dovere, qualunque esso fosse, stando accanto a quel ragazzo, ignorando le sue intemperanze, le maniere sgarbate, la gelosia. Spesso si era confidata con la sorella a proposito dei difetti del suo ragazzo, più di una volta aveva manifestato l’intenzione di lasciarlo. Aveva paura di rimanere sola, ma questa non era la sola causa per la quale aveva negato ogni volta la propria volontà. Quello che a Melinda era sembrato l’attaccamento a una sorta di dovere, da parte di Miriam, era con ogni probabilità il tentativo di contrastare l’incessante desiderio di un amore perfetto. I lamenti e i pianti, nei quali affiorava ancora l’intolleranza verso i difetti del suo ragazzo, verso l’incostanza degli amici, verso la freddezza dei genitori, nei desideri di Miriam dovevano sparire per sempre. Erano come spire di fumo che salivano da un fuoco appena spento, ma che minacciava di tornare a divampare sotto la cenere.
Melinda opponeva sia alle lamentele che ai comportamenti di Miriam la stessa algida protesta: se credi in un ideale non sporcarlo con compromessi e piagnistei; e se non ci credi, non perdere tempo a cavillare sui modi per realizzarlo. D’altronde, lei, Melinda, era il perfetto esempio di idealista che non scende mai a compromessi. Ultimamente aveva abbandonato il suo lavoro all’Università inviando una lettera piccata al professore che per tre anni le aveva reso la vita impossibile. Il risultato era che si trovava a essere disoccupata e priva di referenze utili a trovare un buon posto. Più o meno nello stesso periodo, aveva chiuso definitivamente i rapporti con l’unica amica che le era rimasta nella sua città natale, asserendo che era uno sforzo inutile per una persona che non meritava tanto. Solitudine e povertà sembravano gli unici premi per chi era sempre fedele ai propri ideali. Per quanto distrattamente, Miriam non poteva neanche ignorare che il cuore di sua sorella stava diventando ogni giorno più nero: anche scambiando poche parole, sentiva in esse punte di cinismo che mai si sarebbe aspettata da lei. Erano i giorni in cui Melinda pensava, drammaticamente, che la propria vita fosse un oggetto rotto, inutilizzabile, sul quale fosse giunta l’ora di scrivere la parola “fine”, e con spaventosi discorsi e pensieri cercava di giustificare e avviare a concretezza quella decisione.
La trasformazione in lei fu radicale. Quando Miriam non ebbe più bisogno del suo sostegno fisico e psicologico, Melinda si rese conto, senza capire il perché, che la stava perdendo. Non le sarebbe rimasto altro, pensò egoisticamente. Ma se, infine, lei si fosse trovata sola, non avrebbe dovuto accusare di egoismo anche Miriam? Non credeva che esistessero spiegazioni valide per ciò che stava succedendo: sorelle che, fino a un attimo prima di prendere una decisione tale da cambiare per sempre le loro vite, erano state quasi due estranee, per sciocche divergenze tornano ad allontanarsi, perdendosi in vite piene di infelicità. Era ingiusto, ma inevitabile. Certi eventi, reticenze, scatti d’ira, stavano portando verso quella soluzione. Pensare al dopo era impossibile, perché non c’era più niente per loro, dal momento in cui una delle due, o entrambe, avessero preso atto della realtà, che appariva ancora troppo sgradevole per essere rivelata: la loro alleanza, durata tre anni, non aveva portato alcun bene e forse aveva perfino creato qualche problema. Sapevano, nonostante i tentativi di ignorare la verità sul loro rapporto, che la loro separazione lasciava nei loro cuori un vuoto incolmabile, un senso di sconfitta e frustrazione.
Miriam lasciò per prima la casa, lasciando Melinda incredula e stupefatta. Prese le sue poche cose, infilò i vestiti alla rinfusa, senza piegarli, in un paio di borsoni, e si trasferì in un appartamento che divideva con una donna, la proprietaria, e il suo cane. Melinda tornò dai suoi genitori, ma non per questo i loro rapporti migliorarono. Attese un anno prima di trovare un appartamento in cui traslocare con i propri libri e la propria musica: gli unici beni che l’avessero accompagnata e le fossero rimasti cari dopo aver cambiato casa tante volte in pochi anni. Tornò infine al Sud, nella sua città di nascita. Non lo fece per rimediare al senso di inutilità che provava per la propria vita: si sentiva ancora come un oggetto rovinato, violato, ma pensava che quella città fosse uno scrigno più adatto ad accogliere i propri frantumi, anche se prima o poi quello scrigno avrebbe smesso di proteggerla dal deterioramento del tempo. Se non per se stessa, forse per qualcun altro, la sua vita aveva ancora un certo valore. Qualcuno avrebbe sofferto per la sua mancanza, se avesse deciso di perdersi, ma anche in quel caso, il tempo avrebbe fatto la sua parte, scolorendo il pensiero di lei fino al momento in cui la realtà si fosse sovrapposta alla percezione di essa.
C’erano, tuttavia, dei legami che non potevano sciogliersi, neanche con la morte. I legami di sangue, soprattutto. Le affinità tra noi e i nostri fratelli, e le nostre sorelle, che teniamo segrete perfino a noi stessi, che mutano e seguono percorsi indecifrabili e inenarrabili, facendo procedere la storia degli esseri umani e dei popoli, contengono la soluzione a molti dilemmi che sfociano, o hanno origine, dall’odio e dall’amore. “Siamo come due gocce d’acqua” pensò Melinda, guardando il proprio volto riflesso sul vetro. “Siamo due gocce di sangue…” scrisse sul foglio che aveva davanti, e poco altro.

