mercoledì 11 novembre 2009

Otto volante

A chi, a cosa dare la colpa, per certi stati d'animo che ti attraversano come soffi di vento attraverso vestiti leggeri, o per gli occhi che uno ha sulla faccia e dai quali passa tutto il mondo, quegli occhi che non sembrano collegati a niente che possa afferrare, raccogliere, setacciare, conservare, rigettare - ma qualcosa c'è stato un tempo, e comunque non sembrava abbastanza quel che era considerato degno di rimanere rispetto a ciò che era respinto o semplicemente scivolato via dalle mani secche - tanto da creare un vuoto, come una superficie piatta della quale non si vede la fine? Ci pattino meditabondo sopra, sopra la piatta distesa infinita, dicendomi: "Io sono qualcosa e questa piattezza è illusoria". Forse sono contento del fatto che ai miei occhi non sia collegato un centro direttivo emozionale che faccia apparire me piatto e vuoto, e tutto il resto del mondo movimentato e semplice come un otto volante. Che fosse questa la consapevolezza che avevo prima, e che ho perduto strada facendo, prendendo la direzione sbagliata verso la complessità?

sabato 7 novembre 2009

La “calunnia”

I pensieri, l'immaginazione e l'arte sono veleno e cura, sono labirinti e fili di Arianna, sono combustioni spontanee alle quali spesso manca l'ossigeno per divampare e distruggere ogni cosa. Chi, per leggere e sognare (o perché non sa che deve farlo), non vive, cresce e invecchia e conosce ogni vetta e ogni abisso dell'esistenza dentro mondi di carta pressoché infiniti; poi non si accorge più di leggere e sognare, crede di vivere. Vecchi di mille anni, di mille vite, e forse mai nati, mai sbocciati. 


La “calunnia” è un’accusa di spaccio di monete false. E quel che è peggio, non è la prima volta. Per lui è come una malattia. Appena riesce a scagionarsi o finisce di scontare una pena, subito ricomincia a falsificare denaro o altro e, siccome è poco abile, lo riprendono immediatamente. E in tutto quel tempo, non smette di fantasticare (e mentire) su un presunto matrimonio felice e sui suoi “quattro bei mestieri”. Adesso è preoccupato per la condanna che lo attende se l’accusa verrà provata, e si ubriaca e s’illude a forza di bugie, mezze bugie e mezze verità, che racconta tutto il santo giorno a questi sfaccendati pronti allo scherno. Appena il suo gruppo si scioglie, eccolo vagare per il cortile come un’anima in pena e cercarne un altro. Con espressione funerea e piagnucolosa ascolta serio serio le battute che fanno scoppiare a ridere tutti gli altri. Sta a sentire quanto viene raccontato ed aspetta, modesto e paziente, che gli si presenti l’occasione. Quando gli sembra giunto il momento adatto, s’intromette di colpo. Uno nomina un paese, per esempio l’Egitto, e Zaim lo interrompe con una storia bell’e pronta.


Ivo Andrić, La Corte del diavolo, Adelphi, 1992.

martedì 3 novembre 2009

Avere nuovi occhi

In quale misura la letteratura contemporanea aiuta a dissipare le nostre prevenzioni, la nostra ignoranza o semplicemente la nostra indifferenza? Anche in questo caso la mia risposta è: ben poco. Sfogliando i testi dei premi letterari francesi dell'anno scorso, non trovo un solo libro che parli del mondo contemporaneo inteso in senso lato. Triangoli coniugali, conflitti tra padri e figlie, fallimenti di coppia - tutte cose indubbiamente importanti e interessanti; ma quello che soprattutto mi ha colpito è l'indifferenza verso la nuova e quanto mai appassionante corrente letteraria i cui rappresentanti tentano di mostrarci il mondo delle culture contemporanee, i pensieri e i comportamenti di gente che vive, in effetti sotto altre latitudini geografiche e venera divinità diverse dalle nostre, ma che è pur sempre parte della grande famiglia umana. Mi limiterò a citare Appunti da una capanna di fango di Nigel Barley, l'eccellente Oltre la muraglia di Colin Thubron e l'ottimo Le vie dei canti di Bruce Chatwin. Sono libri che non vengono premiati, anzi nemmeno notati poiché - secondo alcuni - non apparterrebbero alla cosiddetta vera letteratura.
Dal canto suo la cosiddetta vera letteratura si isola dai problemi e dai conflitti vissuti da miliardi dei nostri Fremde. Tanto per fare un esempio, uno dei massimi drammi del mondo contemporaneo, e oltretutto particolarmente grave per l'America, è stato quello della rivoluzione iraniana, della deposizione dello scià, della sorte degli ostaggi, ecc. ecc. Con mia grande meraviglia, durante gli oltre dieci mesi incui si sono protratti gli avvenimenti non ho incontrato in Iran un solo scrittore americano e neanche europeo. Com'è possibile, mi chiedevo a Teheran, che un simile sconvolgimento storico e un così insolito scontro culturale non suscitino alcun interesse tra gli scrittori del mondo? Con questo, ovviamente, non intendo dire che tutti debbano precipitarsi in massa verso l'ultimo punto caldo del momento, vale a dire il Golfo Persico; sta però di fatto che questa completa indifferenza della letteratura verso un dramma mondiale in atto sotto i nostri occhi, questo affidare totalmente agli operatori delle telecamere e agli operatori del suono mi sembri la manifestazione di una profonda crisi nei rapporti storia-letteratura, la manifestazione dell'impotenza di tale letteratura davanti ai fenomeni del mondo contemporaneo.

Ryszard Kapuściński, Il mio altro, in Idem, L'altro, Feltrinelli, 2009, p. 48-50.

Riporto il link del sito di una libreria di Torino, Diari di viaggio, per le interessanti proposte di libri stranieri. 



lunedì 2 novembre 2009

Strada senza uscita

C'è una strada senza uscita, e ci giriamo intorno. Capita pure di chiedersi perché mai abbiamo iniziato a muoverci: ora come ci si ferma? E se non ci si ferma, prima o poi arriveremo a quel punto, al capolinea? In movimento cambia la prospettiva, tutto si sbilenca - tranne ciò che viaggia insieme a noi. Fare retromarcia? Dopo che il muro bianco-balena ci è apparso? Chi se lo toglie dalla testa? Ma, no, io non l'ho visto, e mi ossessiona sapere che c'è, non sapere dov'è. 

venerdì 30 ottobre 2009

Vite in corsa (I nostri paesaggi)



John Cage, In a landscape

giovedì 29 ottobre 2009

Identità: singolare plurale (III)

Il rimedio contro l'imprevedibilità e l'irreversibilità del processo avviato dall'azione non scaturisce da un'altra facoltà superiore dell'azione, ma è una delle potenzialità dell'azione stessa. La redenzione possibile dall'aporia dell'irreversibilità - non riuscire a disfare ciò che si è fatto anche se non si sapeva, e non si poteva sapere cosa si stesse facendo - è nella facoltà di perdonare. Rimedio all'imprevedibilità, alla caotica incertezza del futuro, è la facolta di fare e mantenere delle promesse [...] Senza essere perdonati, liberati dalle conseguenze di ciò che abbiamo fatto, la nostra capacità di agire sarebbe per così dire confinata a un singolo gesto da cui non potremmo mai riprenderci; rimarremmo per sempre vittime delle sue conseguenze, come l'apprendista stregone che non aveva la formula magica per rompere l'incantesimo. Senza essere legati all'adempimento delle promesse, non riusciremmo mai a mantenere la nostra identità; saremmo condannati a vagare privi d'aiuto e senza direzione nelle tenebre solitarie della nostra interiorità, presi nelle sue contraddizioni e ambiguità - tenebre che solo la sfera luminosa che protegge lo spazio pubblico, mediante la presenza degli altri che confermano l'identità di chi promette e mantiene, può dissolvere. Entrambe le facoltà, quindi, dipendono dalla pluralità, dalla presenza e dall'agire degli altri, dato che nessuno può perdonare se stesso e sentirsi legato a una promessa fatta solo a se stesso; perdonare o promettere nella solitudine o nell'isolamento è atto privo di realtà, nient'altro che una parte recitata davanti a se stessi.

Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 1964, pp. 172 e 175.

mercoledì 28 ottobre 2009

Identità: singolare plurale (II)

Agire, nel senso più generale, significa prendere un’iniziativa, incominciare (come indica la parola greca “àrchein”, “incominciare”, “condurre”, ed eventualmente “reggere”), mettere in movimento qualcosa (che è il significato originale del latino “agere”).

Hannah Arendt, Vita activa. La condizione umana, Milano, Bompiani, 1964, p. 187.