domenica 12 luglio 2009

Attesa di un discioglimento

Epifanie

Vengono ombre che s'appressano intente,
salgono in folla anche le non chiamate.
(Quali di esse amai, quali mi amarono,
e chi mi disse:"Andiamo", a chi risposi:"Sempre",
chi dopo tanto lasciai, da chi fui lasciato,
con chi percorsi una strada,di chi attesi la voce
e chi passò veloce dentro i miei giorni?)
(Da molti aspettai vicinanze, da molti una guerra,
di quelli che più m'accostarono chiesi la morte
tanto così m'affamava la loro presenza.
Con tutti compii un tragitto
breve, inconcluso,
di alcuni conobbi l'ansia,
di alcuni il rancore,
per altri appresi un passato
di insidie, di incanti,
e chi chiamò piangendo,
chi rise e disparve).

Sostano finalmente
nella mia camera ombrosa,
si sovrappongono i volti,
sono confuse le voci,
al mio cauto richiamo
rispondono chiamando,
dal mio desiderio adunate
ripetono il loro apparire.
 
Tornano nel mistero
mai veramente toccate
- con loro fui quello che ieri
si aggirò nel recinto
annodando parole,
dalle parole vinto. 

Elio Pecora

venerdì 10 luglio 2009

Fiamma e falena

Quando non sei solo, quando il passato non è soltanto una cosa tua, passibile di continue variazioni e manipolazioni arbitrarie, quando capisci questo, dopo tanto tempo di egoistica incertezza, non puoi fare altro che radunare ogni errore e nostalgia, le cieche previsioni e le speranze, filtrando, eliminando la tua presenza, animata da spirito visionario, e - come suggerì Platone - uscire dalla caverna del mito. Sottrarre la propria sagoma all'indistinto paesaggio d'ombre non è un'operazione semplice, ma da quando hai capito che non sei solo e che con la tua ombra hai coperto e oscurato altre vite, non puoi più giocare sadicamente con le venefiche, stordenti, asfissie del ricordo. Il torto consiste non tanto in qualcosa che hai fatto, quanto in qualcosa che non hai visto, o che hai male interpretato. Inseguivi una fiamma, ti sei bruciato, hai cominciato a chiederti dove fosse l'inganno: non trovandolo, ti sembrava ovunque, hai cominciato ad aver paura di quel che un tempo hai chiamato 'Amore'. 
In un caldo pomeriggio estivo ti torna in mente Platone, fuochi e falene, e una lettura remota: "Lila" di Robert Pirsig, colui che distrusse per me il mito della falena attratta dalla luce. Egli spiega che le falene non volano verso la fiamma. La falena sta cercando in realtà di volare in linea retta. Le falene sono solite seguire un percorso mantenendo un angolo costante con il sole o con la luna, che però, a differenza del bulbo di una lampadina, si muovono. La lampadina è ferma, un angolo costante equivale a una circonferenza, le falene girano in tondo, in tondo, in tondo. E' il loro comportamento biologico a ucciderle. Io che cosa inseguivo? O forse erano gli altri a inseguire me, e la mia testarda immobilità ha provocato la loro morte? Qualunque cosa fosse all'origine dell'inseguimento, quel che sembrava il sole, o la luna, termini ultimi, era in realtà una piccola lampadina accesa nel cuore della notte. Agivamo in accordo alla nostra natura, al nostro disperato desiderio d'amore, e intanto bruciavamo, incapaci di vedere. 


martedì 7 luglio 2009

Lascia perdere

Me lo disse una persona che, in quel momento, doveva incarnare la verità, o quanto meno la mia salvezza: "Lascia perdere". Abbastanza sibillino, il suo intervento; non mi conosceva, non aveva la mia fiducia, né avrebbe mai potuta averla ai miei occhi, per i giudizi taglienti che emetteva salomonicamente sulle mie vicissitudini reali e morali, per il suo modo di fare annoiato e sardonico, come se cercasse solo un pretesto per interrompere i miei discorsi e prosciugarne il flusso impetuoso, pronunciando semplici, brevi, frasi come quella che ho appena citato: "Lascia perdere". Senza seguito di chiarezza, di spiegazioni. Forse, in un'altra situazione, avrei fatto come mi diceva ma, credeva davvero che bastasse la sua autorità, datagli dal ruolo che in quel momento rivestiva, per convincermi? Quale autorità, poi? Quale ruolo? Sminuire il dramma che vivevo in quei mesi, e che avevo covato per anni, facendolo apparire come un rigurgito di malsane fantasie adolescenziali, non lo aiutò a penetrare le mie difese. Infine, cedetti, desideravo anche io intimamente la mia resa: il mio mondo triste è un mio errore, di valutazione, di fiducia in valori sbagliati, di arroganza. Col mio latino e il mio bignami di filosofia attendevo ora la pars construens della mia futura esistenza: i pezzi erano lì, a disposizione, ridotti a elementi basilari buoni per qualunque utilizzo. Erano sempre stati lì, in quello stato, ma vederli per quel che erano non poteva bastare. Se la "solitudine" era diventata "orgoglio", cosa cambiava? E cosa cambiava se un "abbandono" era semplicemente "la fine di una fase"? Cosa fare dell'"orgoglio" e delle "fasi", quando non hai altro e non hai idea di come farli funzionare, di come evitare che ridiventino "solitudine" e "abbandono"? E cosa fare di una famiglia che ti uccide, letteralmente, giorno dopo giorno? "Lascia perdere. Non spetta a te fare nulla. Ti basta sapere che non è loro intenzione farti del male, sei tu che fraintendi. Certo, il male c'è, lo fanno a te, ad altri ai quali vuoi bene, ma il tuo ruolo non è correggere, né proteggere".
Capire non mi basta, pensavo, ma se non c'è altro, devo almeno provarci. Quando partirono, li seguii, anche se potevo liberarmi del problema rimanendo, vivendo senza di loro la mia vita, finché ancora ne avevo una, malandata, ma in piedi. Feci velocemente le valigie, gli comunicai la mia decisione, dicendogli che speravo che cambiare città ci avrebbe permesso di ricominciare daccapo. Mi disse che era possibile, mi augurava buona fortuna, senza troppo entusiasmo, ma ci ero abituato alla sua parvenza di apatia. Non lo lessi come un avvertimento di pericolo. Probabilmente non lo era, si trattava semplicemente di un commiato, di un addio, fine delle trasmissioni. Ovviamente fu un errore, andarmene, la mia vita andò definitivamente in pezzi, fu peggio di prima, la famiglia, gli amici, tutto. E, ancora, dopo anni, nei momenti di crisi, quando il senso di fallimento mi tormenta, dopo aver tentato inutilmente di fare del bene all'unica persona che ami; osservando in lei i segni di peccati non suoi, anzi, subiti, gli stessi che hanno segnato me; quando penso che la delusione sia più amara di ogni amara rassegnazione, e che tutto quello sarebbe potuto finire tanti anni fa in due modi possibili - o l'abbandono, o la comprensione reciproca -, mi tornano in mente le stesse due parole, cariche di destino, piene di niente, che sentii allora: "Lascia perdere".

venerdì 3 luglio 2009

Segni

Tanti segni che non riesco a capire, e infine accetto, come un male minore, visto che il non accettarli mi porterebbe alla pazzia; tanti segni, e così poca pazienza nel dispiegare le mie fragili forze e mettere per iscritto ogni segno recuperato dalla memoria. Non sarebbero più necessarie le metafore che rendono questo blog simile a una partitura da cui siano state estratte tutte le note, e nel quale rimangano soltanto le pause e gli accenti. Non so cosa mi freni dal dire ogni ricordo come la fantasia me lo presenti. E' certo che perfino io, a stento, riesco a sopportare i lacerti di buone e cattive memorie che le mie barriere intransigenti a volte lasciano passare; quindi, raccontarli ad altri... Ma sarà il loro essere frammentario a renderne così intollerabile il contatto? Se riuscissi a riunirli, a ricostruirne la trama, forse la vista del passato mi sarebbe meno fastidiosa? Ricordo, sì, mi ricordo di averlo fatto, ho già raccontato a un paio di persone l'intera vicenda della mia vita, compresi i più intimi dettagli. E' come se non avessi detto nulla, il mistero della mia infelicità rimane tale, solo il dramma è emerso. E i drammi, ci si immagina, devono avere una conclusione, prima o poi, ma nessuno pensa ai segni che, a storia conclusa, i suoi protagonisti portano in maniera indelebile sulla loro pelle. Quei segni, quegli sfregi, sono la punizione per le loro colpe, si sente dire: certi personaggi attirano e catalizzano la sfortuna con il loro carattere e con le loro scelte... Scelte? In pochi possono permettersi di farne, la maggior parte di noi è costretta a pensare che il libero arbitrio sia solo un'idea legata in qualche modo all'attività del pensiero, o alla cultura di cui facciamo parte, e che somigli più a una tortura che a una benedizione, perché la libertà è solo fittizia, riguarda a mala pena i nostri pensieri. Lo sappiamo, ma di solito lo neghiamo, soprattutto quando vogliamo stigmatizzare le colpe di qualcuno: allora, siamo capaci di negare con una semplice alzata di spalle che la persona che ci sta di fronte, confusa e umiliata, stia soffrendo a causa nostra. E non la chiamo ipocrisia, la chiamo cattiveria, ignoranza e insensibilità. Come fare a raccontare tutto ciò, sapendo già che l'accusa contro il narratore è già pronta sulle labbra dei lettori per essere scagliata? 

Dice Hoffmannsthal, in una lettera a un amico, che si può essere migliori e più nobili della vita che ci è capitato di vivere. Io ci credo.

mercoledì 1 luglio 2009

Sterminato

Sterminato. Io penso
a un nulla esteso
a un cancro che mi svuota
non lasciando di me nulla
neanche dieci parole.

Di tante nobili metafore
del gioco e della vita
questa è la mia partita:
sottraggo carte simili e memorie
a un mazzo logoro di giorni cerei.

lunedì 29 giugno 2009

Impermeabilità o saturazione

Dici a te stesso, Dominati, controlla la rabbia.
Che altro potresti dire, contro l'odio?
Che altro potresti dire, oltre l'odio?
Non sei un vaso vuoto da riempire, non sei pieno.
Sei meno utile di un vaso e refrattario alle metafore.
Sei, se devi essere qualcosa, una frattura.
Permetti al vaso di vuotarsi e gli dai anche un motivo per ricominciare a riempirsi.
Ammettilo. Vorresti essere un liquido e scorrere via liberamente.

venerdì 26 giugno 2009

Solo il cuore si bagna nel mare

Brezza marina

Stephane Mallarmé

Fuggire laggiù, laggiù! Io sento uccelli ebbri
d'essere tra l'ignota schiuma e i cieli!
Niente, né antichi giardini riflessi dagli occhi
Terrà questo cuore che già si bagna nel mare
O notti! Né il cielo deserto della lampada
Sul vuoto foglio difeso dal suo candore
Né giovane donna che allatta il bambino.
Io partirò! Vascello che dondoli l'alberatura
L'ancora sciogli per una natura straniera.
E crede una noia, tradita da speranze crudeli,
Ancora nell'ultimo addio dei fazzoletti!
E gli alberi forse, richiamo dei temporali,
Son quelli che un vento inclina sopra i naufraghi
Sperduti, né antenne, né verdi isolotti...
Ma ascolta, o mio cuore, il canto dei marinai.