Tanti segni che non riesco a capire, e infine accetto, come un male minore, visto che il non accettarli mi porterebbe alla pazzia; tanti segni, e così poca pazienza nel dispiegare le mie fragili forze e mettere per iscritto ogni segno recuperato dalla memoria. Non sarebbero più necessarie le metafore che rendono questo blog simile a una partitura da cui siano state estratte tutte le note, e nel quale rimangano soltanto le pause e gli accenti. Non so cosa mi freni dal dire ogni ricordo come la fantasia me lo presenti. E' certo che perfino io, a stento, riesco a sopportare i lacerti di buone e cattive memorie che le mie barriere intransigenti a volte lasciano passare; quindi, raccontarli ad altri... Ma sarà il loro essere frammentario a renderne così intollerabile il contatto? Se riuscissi a riunirli, a ricostruirne la trama, forse la vista del passato mi sarebbe meno fastidiosa? Ricordo, sì, mi ricordo di averlo fatto, ho già raccontato a un paio di persone l'intera vicenda della mia vita, compresi i più intimi dettagli. E' come se non avessi detto nulla, il mistero della mia infelicità rimane tale, solo il dramma è emerso. E i drammi, ci si immagina, devono avere una conclusione, prima o poi, ma nessuno pensa ai segni che, a storia conclusa, i suoi protagonisti portano in maniera indelebile sulla loro pelle. Quei segni, quegli sfregi, sono la punizione per le loro colpe, si sente dire: certi personaggi attirano e catalizzano la sfortuna con il loro carattere e con le loro scelte... Scelte? In pochi possono permettersi di farne, la maggior parte di noi è costretta a pensare che il libero arbitrio sia solo un'idea legata in qualche modo all'attività del pensiero, o alla cultura di cui facciamo parte, e che somigli più a una tortura che a una benedizione, perché la libertà è solo fittizia, riguarda a mala pena i nostri pensieri. Lo sappiamo, ma di solito lo neghiamo, soprattutto quando vogliamo stigmatizzare le colpe di qualcuno: allora, siamo capaci di negare con una semplice alzata di spalle che la persona che ci sta di fronte, confusa e umiliata, stia soffrendo a causa nostra. E non la chiamo ipocrisia, la chiamo cattiveria, ignoranza e insensibilità. Come fare a raccontare tutto ciò, sapendo già che l'accusa contro il narratore è già pronta sulle labbra dei lettori per essere scagliata?
Dice Hoffmannsthal, in una lettera a un amico, che si può essere migliori e più nobili della vita che ci è capitato di vivere. Io ci credo.